Ogni scelta modella la tua vita. Diventa consapevole delle tue scelte

Archivio per la categoria ‘La mente umana’

Destri e mancini

Le scelte e il fulcro

La maggior parte degli esseri umani è destra, mentre circa il 10% è mancino e quest’ultimi sono costretti in molte situazioni ad adattarsi a un mondo fatto per i destri, dagli attrezzi, all’arredamento, all’automobile. Ma la differenza tra destri e mancini è molto meno netta di quello che si pensi.

Diversi studi hanno dimostrato che non tutti i destri sono uguali: persone sottoposte ad attività manuali e fisiche diverse hanno dimostrato un diverso livello di dominanza destra-sinistra. Lo stesso vale per i mancini.

Puoi verificarlo anche tu. Prova ad osservarti mentre agisci e prova a fare le cose prima con una mano e poi l’altra. Cercando di eseguire le attività di tutti i giorni con mani diverse, tu stesso puoi osservare come ci siano situazioni in cui preferisci usare la mano dominante, altre in cui preferisci usare la mano subalterna, altre in cui preferisci usarle entrambe, altre in cui puoi usare l’uno o l’altra con diversa efficacia.

Quindi non è corretto inserire le persone in sole due categorie, destre e mancine, quando in realtà ci sono persone che usano le mani in modo molto più intercambiabile e flessibile. Gli studi fatti sull’argomento dimostrano che la lateralità manuale è solo in parte genetica, per esempio il figlio di due mancini ha solo il 50% di probabilità di esserlo, di conseguenza almeno in parte l’essere mancino o meno dipende da come veniamo cresciuti. Inoltre alcune ricerche suggeriscono che l’essere mancino o destro possa dipendere anche da eventuali traumi neurologici durante gravidanza o parto.

Inoltre la lateralizzazione manuale non corrisponde a quella cerebrale, cioè il 90% delle persone ha le funzioni fondamentali e linguistiche nell’emisfero sinistro, mentre per il 10% queste sono distribuite, ma non c’è una corrispondenza con l’essere mancini o destri. Ci sono molte ipotesi sulle cause della lateralizzazione, per esempio alcune la correlano allo sviluppo della postura o della comunicazione, ma finora nessuna è stata confermata in modo univoco.

D’altra parte abbiamo la certezza che non ha senso distinguere le persone in bianco e nero, destri e mancini, ma che in entrambi i casi ci sono diversi livelli di utilizzo della mano subalterna e di abilità nell’uso delle mani e non solo. Per lo stesso motivo non hanno senso le superstizioni e le persecuzioni piccole o grandi che i mancini hanno subito nel passato.

Tu cosa ne pensi?

Grazie e a presto ;D

LA MENTE UMANA – Il cervello diviso

Sarah Klockars-Clauser - Attribution - 02

L’idea che il cervello umano sia diviso in due emisferi dalle funzioni e dalla diversa natura, il sinistro logico e il destro intuitivo, è molto diffusa e popolare.

Da dove nasce quest’idea di cervello diviso?

Nasce dagli studi compiuti su pazienti che avevano subito emisezione cerebrale, cioè taglio e separazione degli emisferi tramite intervento chirurgico, eseguita per esempio per risolvere casi gravi di epilessia. Costoro mostravano comportamenti anomali e diversi se agivano con una mano o con l’altra, o se dovevano spiegare a parole aspetti diversi degli oggetti o della realtà.

Ma è proprio così? Possiamo distinguere un emisfero sinistro logico e “linguista” e un emisfero destra intuitivo?

Per certi aspetti è vero, ma la realtà è meno intuitiva e più complessa e affascinate. La corteccia cerebrale del cervello umano è in effetti divisa in due emisferi separati da una fessura e unita nella subcorteccia dal “corpo calloso”, una fitta massa di fibre nervose che trasporta i “dati” da una metà all’altra del cervello, la via principale di comunicazione tra le due semicortecce.

Ma queste elaborano le informazioni in modo diverso?

Ogni emisfero è programmato per sentire, gestire e agire sulla metà opposta del corpo umano: l’emisfero destro controlla la metà sinistra del nostro corpo e viceversa, inoltre i dati sensoriali provenienti dai sensi della parte destra vengono distribuiti nell’emisfero sinistro e viceversa.

Quindi a livello di gestione corporea i due emisferi hanno le stesse funzioni, mentre a livello di elaborazione sensoriale si possono osservare le prime differenze sulle modalità di elaborazione degli stimoli. Per esempio, il sinistro è più bravo nell’elaborare gli stimoli sonori e a tenere il ritmo, cosa che puoi verificare se provi a tenere un ritmo musicale complesso prima con la mano destra e poi con la sinistra.

Un altra differenza significativa tra i due emisferi del cervello è quella relativa al linguaggio: quello sinistro sembra averne il controllo a partire dalla comprensione dei significati delle parole e delle espressioni, ma quello destro ha comunque un ruolo importante, relativo più all’analisi generale del linguaggio, dello stato d’animo correlato e delle sue implicazioni. Lo sviluppo del linguaggio ha portato a una specializzazione del lato sinistro del cervello e ha condotto a migliori prestazioni nel ragionamento logico, simbolico e negli ordinamenti sequenziali.

D’altra parte il lato destro del cervello si è specializzato nell’elaborazione visiva e spaziale, tanto che per esempio tendiamo a riconoscere i volti privilegiando il lato sinistro del viso. Si è specializzato anche nella memorizzazione delle mappe e dell’aspetto degli oggetti, nel giudizio musicale e nella comprensione degli schemi. Inoltre la metà destra contiene moduli specializzati nell’analisi computazionale delle percezioni, mentre il sinistro contiene moduli capaci di associazioni di alto livello e quindi efficienti nel problem solving e nella ricerca dei significati.

Alcuni studi più recenti, in cui ai soggetti si mostravano lettere composte da lettere più piccole, hanno dimostrato che l’emisfero sinistro si concentra sui dettagli, mentre il destro considera l’immagine intera. Ma studi successivi hanno dimostrato che questa caratterizzazione può essere rovesciata con la giusta sequenza di stimoli, dimostrando quindi che le specializzazioni dei due emisferi dipende dalla necessità e non dalla natura dei dati da elaborare.

Concludendo, sì, i due emisferi sono diversi e sono specializzati diversamente, ma la questione è più sottile e complessa della divisione: il sinistro logico e il destro intuitivo. Comunque sia, qualunque situazione dobbiamo affrontare, lo faremo usando entrambe le metà del nostro cervello al meglio delle capacità.

Tu cosa ne pensi?

Grazie per avermi seguito fino a qui. Se hai domande, commenti o contributi non esitare a lasciare un commento.

A presto ;D

Qui puoi trovare gli altri articoli della rubrica

LA MENTE UMANA – Come funziona l’attenzione 2

Sarah Klockars-Clauser - Attribution

Buonasera a te. Oggi ti propongo un altra caratteristica dell’attenzione, la capacità della mente di mettere a fuoco un particolare stimolo, percezione o evento. Ne abbiamo parlato più volte e da diversi punti di vista, ma c’è da dire ancora molto su questa nostra capacità, in parte conscia e in parte inconscia, e penso valga la pena farlo per l’importanza che riveste per la nostra vita. Proviamo a riassumere i punti salienti.

Nel post “Il flusso”, abbiamo visto come in ogni singolo istante il mondo ci inonda con un flusso continuo di stimoli sensoriali, ma la nostra mente cosciente ne percepisce solo una piccola parte, la maggior parte lo ignora, lo delega all’inconscio, perché non ha il tempo per considerare e valutare una a una tutte le informazioni che la raggiungono.

Nel post “Come funziona l’attenzione?”, abbiamo parlato dell’attenzione inconsapevole e abbiamo visto come l’attenzione èla messa a fuoco della mente su un particolare stimolo sensoriale, la temporanea importanza che la nostra mente dedica a una certa percezione.

Nel post “Metti a fuoco la vita”, abbiamo studiato la focalizzazione mentale e abbiamo visto che il focus è ciò su cui ci concentriamo, su cui focalizziamo la nostra attenzione, è ciò che determina l’esperienza della nostra vita perché determina la nostra realtà.

Nel post “Attenzione e concentrazione”, abbiamo compreso come l’attenzione incanala le risorse mentali: più è complesso l’oggetto della nostra attenzione, più è facile che la nostra mente attivi una serie di meccanismi mentali con cui diamo priorità all’elaborazione di un determinato stimolo, arrivando a selezionare in ogni istante le informazioni sensoriali su cui lavorare e quelle da ignorare.

Nel post “Ai limiti dell’attenzione” abbiamo visto come viene distribuita l’attenzione e con quali limiti. L’attenzione può essere assegnata in modo flessibile, cioè possiamo decidere di “seguire” determinati colori, forme o movimenti e ignorare gli stimoli relativi ad altri colori, forme, eccetera. Per farlo il nostro cervello crea un’etichetta e l’assegna all’oggetto da seguire, più o meno come se lo seguissimo con le dita.

Nel post “Ai limiti dell’attenzione 2” abbiamo scoperto che l’attenzione è legata al luogo nello spazio su cui ci focalizziamo, cioè gestiamo meglio stimoli differenti che vengono dallo stesso luogo e con difficoltà quando vengono da luoghi diversi.

Nel post “L’attenzione e il guardare indietro” abbiamo visto cos’è l’inibizione di ritorno, cioè la tendenza a non tornare a focalizzare l’attenzione su un qualcosa che si è esaminato da poco. Il nostro cervello preferisce le novità e ha la tendenza a non guardarsi indietro, una strategia spesso efficace in molti aspetti della vita.

Stasera parliamo invece di come la nostra capacità di focalizzare e distribuire l’attenzione si riduce quando notiamo un nuovo oggetto.

Come abbiamo visto nei precedenti post le nostre risorse mentali sono limitate, per questo focalizziamo su quello che è importante e ignoriamo quello che non lo è, in questo modo limitiamo gli input e rendiamo il flusso di informazioni più gestibile. Inoltre le nostre capacità di agire sono anche più limitate di quelle mentali, dopotutto abbiamo un solo corpo e riusciamo a svolgere un solo compito alla volta, e anche per questo tendiamo a focalizzare intensamente sull’azione e sugli eventi vicini.

Così, se focalizziamo troppo cancelliamo dalla nostra consapevolezza tutto il resto, d’altra parte se distribuiamo troppo la nostra attenzione anche in questo caso diventiamo poco consapevoli di quello che osserviamo. Per esempio, se cerchi qualcuno tra la folla, distribuisci la tua attenzione a tutti i volti che vedi, ma senza poter focalizzare e ricordare i particolari, finché non trovi il volto che stai cercando. Ti accorgi di lui perché la mente cerca e trova un numero sufficiente di corrispondenze. Mentre lo fa, per un breve lasso di tempo, circa mezzo secondo, le tue risorse verranno spese sul nuovo oggetto o soggetto, e la nostra capacità di “notare” si riduce notevolmente.

Per questo se siamo costretti a seguire una serie di oggetti, per esempio delle scritte su un cartellone luminoso, se queste vanno abbastanza veloci, non riusciremo a ricordare chiaramente le scritte successive a quelle su cui focalizziamo. Questo intervallo di cecità parziale è determinato dal sovraccarico mentale, dal picco di lavoro mentale che sottrae risorse all’attenzione, rendendo la focalizzazione più lenta e inaffidabile. Se invece le scritte scorrono allo stesso tempo, siamo in grado di vederle contemporaneamente, cioè distribuiamo la nostra attenzione su entrambe allo stesso tempo.

Concludendo, noi esseri umani non abbiamo abbastanza risorse mentali per percepire consapevolmente e in modo chiaro due oggetti in rapida successione.

Cosa ne pensi? Non lo trovi affascinante?

Anch’io. Grazie dell’attenzione e a presto ;D

Qui trovi gli altri post della rubrica

LA MENTE UMANA – Il tatto e la vista

Sarah Klockars-Clauser - Attribution - 02

Stasera parliamo dell’interazione particolare che esiste tra il tatto e la vista.

Prova a guardare le tue mani mentre toccano qualcosa, la pelle del tuo braccio per esempio, o manipolano un oggetto. Cosa senti?

Proprio così, ti sembra di provare sensazioni più intense. Osservare la propria pelle la fa diventare più sensibile.

Ma perché accade?

E come?

Esperimenti condotti a proposito sugli esseri umani hanno confermato questo fenomeno: a una serie di volontari hanno chiesto di giudicare se quelle che sentivano premere contro la pelle dell’avambraccio fossero una o due bacchette. Gli studiosi hanno osservato che se le persone guardavano il braccio (non nel momento del contatto con le bacchette), queste dimostravano una maggiore sensibilità, inoltre sorprendentemente se guardavano il braccio attraverso una lente di ingrandimento la sensibilità raddoppiava.

Quindi l’attenzione visiva alla pelle migliora la sensibilità del tatto, anche se non vediamo quello che accade nella pelle e in fondo non sembra esserci necessità di una interazione di questo tipo tra vista e tatto. In realtà noi siamo animali visivi, come abbiamo già visto in altre occasioni, la vista è il senso principale della nostra specie e ad essa ci affidiamo costantemente per valutare l’ambiente circostante e gli eventi attorno a noi, ma questi di solito lanciano input a diversi sensi contemporaneamente e il cervello ha imparato a gestirli.

Come? Cosa accade nel cervello?

I dati del tatto proveniente dalla pelle del tutto il nostro corpo vengono indirizzati alla corteccia parietale, cioè allo strato esterno del cervello, più o meno nella parte alta e posteriore del cranio, in una zona chiamata corteccia somasensoriale primaria. Quest’area cerebrale è specializzata nel creare una mappa dell’intera superficie del nostro corpo ed è composta anche da neuroni multisensoriali, cioè neuroni che reagiscono quando ricevono stimoli sia visivi che tattili, mentre non reagiscono quando gli stimoli sono discordanti.

Cioè oltre alla mappa tattile classica abbiamo una sottorete neurale che elabora i dati multisensoriali e li integra nella mappa corporea. E’ per questo che osservare la nostra pelle la fa diventare più sensibile: quando guardiamo attiviamo dei neuroni in più.

Perché guardare la pelle ingrandita fa aumentare ancora di più la sua sensibilità?

Il fenomeno sfrutta la capacità di adattamento dei neuroni della nostra mappa corporea. Questi si adattano velocemente ridistribuendosi ad altre aree della mappa corporea: per esempio, dal dentista ci viene fatta un’anestesia e parte della pelle del volto perde sensibilità, i neuroni relativi andranno velocemente a distribuire le loro funzioni, reagendo a stimoli proveniente da aree adiacenti della pelle. Con la lente di ingrandimento, la maggiore risoluzione della vista fa ridistribuire le risorse adibite alla sensibilità tattile, concentrandole e aumentando la sensibilità.

Questa integrazione tra vista e tatto è anche uno dei motivi per cui ci piace guardare le cose che facciamo con le mani, non serve solo a vedere quello che sta succedendo, ma intensifica la percezione degli altri sensi. Sì, hai capito bene, degli altri sensi. Lo stesso fenomeno riguarda anche gli altri sensi, per esempio l’udito. Guardare quello che ascoltiamo o chi ascoltiamo fa aumentare la nostra sensibilità uditiva.

Non è straordinario?

Lo penso anch’io.

Grazie per avermi seguito fino a qui.

A presto ;D

Qui puoi trovare gli altri post della rubrica “La mente umana

LA MENTE UMANA – Il cervello e l’elaborazione in parallelo

Sarah Klockars-Clauser - Attribution - 02

Nella nostra quotidianità spesso siamo indotti a confrontare il cervello umano con i microprocessori dei computer: al lavoro, a casa, occupandoci dei nostri interessi, spesso ci stupiamo di quanto lenti siamo rispetto alle macchine, specialmente nei calcoli elementari, o viceversa ci stupiamo di quanto velocemente risolviamo situazioni di notevole complessità.

Ma ha senso confrontare il cervello umano con un computer?

Aldilà delle questioni morali e religiose del porre a confronto una macchina a un essere umano, non ha molto senso neppure a livello di tecnologia e capacità di calcolo. Il calcolo seriale di un microprocessore odierno ha ben poco a che fare con il calcolo in parallelo della rete neurale più straordinaria in natura: il cervello umano.

Come funziona l’elaborazione nel cervello umano?

Un computer fa un calcolo alla volta, ma è velocissimo a farlo, mentre i singoli neuroni in confronto lavorano lentamente: è improbabile che i neuroni si attivino più di una volta ogni 5 millisecondi, eppure ogni neurone è collegato a migliaia di altri neuroni che trasmettono informazioni contemporaneamente da un “modulo di elaborazione” all’altro, avanti e indietro. Le informazioni relative a una “operazione” vengono quindi elaborate dalla rete neurale del cervello umano tutte simultaneamente, in parallelo appunto, mentre un computer è costretto a calcolare in fasi successive.

Un esempio lampante della capacità di elaborazione del nostro cervello è la comprensione linguistica: quando leggiamo una comunicazione scritta per decifrarla elaboriamo contemporaneamente la lettura e decodifica delle parole, il contesto, il diverso significato delle singole parole, il significato complessivo della comunicazione, i sottintesi, la coerenza, il contenuto emotivo e molto altro. Nel caso di uno scambio verbale elaboriamo anche il linguaggio non verbale, gestualità e postura, il linguaggio paraverbale, espressività facciale, tono della voce e molto altro.

Non esiste ancora una macchina capace di fare altrettanto, né tantomeno capace di farlo in tempo reale. Come ci riusciamo? Grazie al nostro cervello e ad anni di apprendimento. E la cosa bella è che non è necessario neppure che le parole siano corrette e scandite, che le frasi siano intere, che la voce sia limpida. Anche in presenza di errori di scrittura, di distorsioni, parole parziali, forti rumori di fondo, pronunce e accenti particolari il messaggio arriva comunque a destinazione. Anzi il nostro cervello è capace di correggere gli errori di scrittura ancora prima che la mente li possa notare.

Secondo te come è possibile tutto questo?

Esatto, è possibile grazie alla capacità di elaborare parallelamente enormi quantità di informazioni in tempo reale, unita alla capacità di fare ipotesi e deduzioni affidabili.

Un esempio è quello di leggere correttamente intere frasi composte da parole con la prima e ultima lettera corrette e quelle intermedie “mescolate”. Il cervello riesce in tempo reale a ricostruire la parola prendendo in considerazione allo stesso tempo tutte le combinazioni delle lettere intermedie e contemporaneamente verificando la coerenza con il senso generale della frase.

Stessa cosa vale nel caso di frasi incomplete, come per esempio un colloquio realizzato in un ambiente molto rumoroso, in cui le frasi arrivano incomplete a causa del forte rumore di fondo. In questo caso il cervello cerca di completare i vuoti, tenendo conto delle parole chiave che gli sono arrivate, del senso del discorso e della coerenza generale anche con il linguaggio corporeo dell’interlocutore. Quando ci accade, abbiamo spesso la sensazione di “intuire” la frase corretta, di essere attratti proprio dalla soluzione.

Un computer odierno non sarebbe capace di emulare tutto questo, nonostante le impressionanti capacità di calcolo raggiunte, questo perché l’elaborazione rimane comunque seriale, anche se si utilizzano più processori in parallelo.

Forse un giorno riusciremo a realizzare una macchina capace di un’elaborazione in parallelo della stessa entità di quella del cervello umano, ma è molto probabile che quella macchina non sarà più tale, ma piuttosto una mente senziente.

Tu cosa ne pensi?

Grazie per avermi seguito fin qui e a presto ;D

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: