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Perché dobbiamo occuparci di politica

occuparci di politica

Qualche giorno fa mi sono ritrovato in una discussione tra amici su una questione: dobbiamo fare politica?

Attenzione, discutevamo non se era importante seguire la politica, nazionale o locale o internazionale, o parlare di politica, ma se era importante fare politica, occuparci di politica. La differenza è notevole.

Seguire la politica è essere spettatore delle attività e dei fatti della politica del nostro comune o paese. È quello che fa la maggior parte delle persone: guardare passivamente quello che gli eletti, i “professionisti” fanno e decidono per tutti.

Questo perché la maggior parte degli italiani pensa che la politica sia una questione distante, che richiede competenze particolari, che non li riguardi, qualcosa che non possono influenzare al di fuori del rito del voto. La politica è quello di cui si occupa la classe politica, gli esperti, quelle decine di migliaia di persone che esercitano i poteri politici dati loro dalla costituzione e dalle istituzioni democratiche.

È così? In quello che ho appena detto c’è qualcosa di profondamente sbagliato, vero? L’hai colto?

1. La politica non è qualcosa che riguarda pochi, l’élite, ma è qualcosa che riguarda tutti da vicino. È così e lo sappiamo bene, che lo ammettiamo o meno. Facciamo qualche considerazione. Quando aumentano le tasse la politica non ci riguarda? Quando tagliano i servizi, per esempio la sanità e per curare i nostri cari siamo costretti ad aspettare o fare chilometri o pagare i privati? Quando fanno leggi che rendono più facile perdere il lavoro? Quando decidono di spendere il denaro pubblico per salvare banche, invece che aziende e famiglie? Quando finanziano il business dell’accoglienza dei migranti invece che aiutare i poveri italiani sempre più numerosi?

La politica influenza la nostra vita quotidiana, la politica gestisce le risorse pubbliche, decide come usarle, quali obiettivi perseguire, decide le leggi che dobbiamo seguire, cosa possiamo o non possiamo fare e in quale modo e quindi la politica determina la qualità della nostra vita. La politica è qualcosa che riguarda ognuno di noi, la nostra vita, il nostro presente e il nostro futuro.

2. La politica non è una questione per professionisti e ce lo confermano proprio i nostri politici, in molti casi ignoranti e menefreghisti, spesso impreparati ed eletti per le loro relazioni piuttosto che per i loro meriti, dediti a prendersi cura dei loro interessi piuttosto che della nazione. La politica che ci viene mostrata sembra complessa e criptica, i politici parlano in un linguaggio criptico e difficile che i media e i giornalisti fanno di tutto per rafforzare se non per complicare.

Le informazioni che ci offrono sulla politica sono parziali e distorte, sono facciata o giustificazione, riti spesso appariscenti, ma vuoti, fatti solo per noi che assistiamo, mentre la politica quella vera si fa nei corridoi, nei bar e nei bagni, prima che nelle camere di consiglio o in parlamento. La politica si fa lontano dalle telecamere nei rapporti personali attraverso le scelte prima che le ideologie e richiede dialettica e negoziato.

La politica è questione umana, non è una materia solo per professionisti, non è fisica quantistica, d’altra parte richiede tempo e studio per informarsi e comprendere gli argomenti che tratta.

3. La politica per i cittadini non si limita al voto, ma dovrebbe essere un impegno e una partecipazione costante sia a livello locale che nazionale. Decidono di noi e noi non partecipiamo alle decisioni? Dovremmo dire la nostre alle assemblee di partiti e sindacati, dovremmo presenziare ai consigli comunali e regionali, dovremmo incontrarci per discutere le scelte e informarci meglio sulle decisioni prese, sulle leggi e su come incidono sulla nostra società e molto altro.

Invece non lo facciamo, in parte perché siamo pigri o dobbiamo occuparci della famiglia o dell’azienda, le associazioni e i partiti sono li apposta, no?

La verità è che negli ultimi cinquant’anni la classe politica, l’establishment e i media hanno fatto di tutto per allontanare i cittadini dalla politica, nel convincerci del contrario di quello che abbiamo appena visto, partendo dalla scuola, dal modo con cui la politica viene raccontata, dal modo con cui le tv e i giornali la descrivono, ricevendo convinzioni false, veri e propri ordini mentali che ci hanno allontanato dalla politica.

E lasciamo che una minoranza che vuole fare i propri interessi si occupi anche dei nostri. Molti studi dimostrano che la politica è influenzata e determinata dalle lobby e non dai cittadini.

La politica è dettata dalle minoranze organizzate e influenti, che non vogliono che la maggioranza ignara e manipolabile si faccia gli affari loro e si occupi di politica. E lo dicono con chiarezza nelle pubblicazioni delle loro organizzazioni. I cittadini sono un fastidio malamente tollerato da chi comanda sulla classe politica.

Dovrebbe bastare questo per farci agire immediatamente, ma in caso contrario per convincerci è sufficiente dare uno sguardo alla realtà di questi giorni con occhi da bambino, non velati da convinzioni e ideologie. Guarda senza giudicare, guarda senza presupporre.

Stiamo vivendo non l’inevitabile destino del genere umano che ci raccontano attraverso i media di massa, ma la contesa tra i diversi volti del potere nel mondo che mentre si combattono per il dominio, raccontano la loro storia, la loro visione del presente e del futuro. Una visione in cui la maggioranza del genere umano è nel miglior caso suddita, nel peggior caso bestiame da allevamento.

Questo mentre la tecnologia permettere una vita degna per tutti, di far diventare la terra il paradiso che dovrebbe essere.

Perché dovremo occuparci della politica?

Per tutto questo, per avere un futuro degno, per la nostra felicità.

Grazie per avermi seguito fino a qui. Se vuoi dire la tua puoi lasciare un commento.

A presto ;D

Dal focus alla presenza

Li Sun - Attribution-NonCommercial

Nei post “I 9 sensi e il flusso” e “Il flusso” abbiamo visto come ogni singolo istante il mondo ci inonda con un flusso continuo di stimoli sensoriali. Viviamo in un flusso di informazioni che ci avvolge come un vento di parole, immagini, odori, e così via. La nostra mente cosciente percepisce solo una piccola parte del flusso di informazioni, la maggior parte lo ignora, lo delega all’inconscio, perché non ha il tempo per considerare e valutare una a una tutte le informazioni che la raggiungono.

Nel post “Come funziona l’attenzione?” abbiamo considerato come l’attenzione è la messa a fuoco della mente su un particolare stimolo sensoriale, la temporanea importanza che la nostra mente dedica a una certa percezione.

Nel post “Metti a fuoco la vita” e nel quaderno omonimo abbiamo compreso che il focus è ciò su cui concentriamo la nostra attenzione ed è ciò che determina l’esperienza della nostra vita perché determina la nostra realtà. Il focus, il “centro” della nostra attenzione cambia a seconda del contesto, della concentrazione o del contenuto delle informazioni. Quando l’attenzione viene usata in modo attivo su una porzione ridotta della realtà diventa “concentrazione” e può dirigere gran parte delle risorse mentali sul compito che stiamo svolgendo.

L’attenzione è stata oggetto di uno dei quaderni e di molti altri post di questo blog, alcuni scientifici, altri filosofici. Oggi proviamo a fare un altro passo avanti, cerchiamo di sviluppare uno strumento utile e decisivo se vogliamo vivere una vita consapevole: la presenza.

L’attenzione è come la telecamera della nostra vita, possiamo lasciarla correre nel flusso, seguendo gli eventi della vita in modo passivo, o possiamo guidarla in modo consapevole.

La realtà è quello su cui focalizziamo la nostra attenzione ed è quello che determina il nostro stato d’animo. Le emozioni e le sensazioni che sperimentiamo sono sì determinate dagli eventi della nostra vita, ma anche da ciò che notiamo degli eventi, da come li viviamo, su cosa ci focalizziamo di essi. L’esperienza della tua vita si basa su cosa inquadri con la tua mente e come lo inquadri.

Cambiare focus, guidare la nostra attenzione permette di cambiare stati d’animo e di conseguenza vivere meglio e fare scelte migliori per noi stessi.

Come possiamo farlo?

Semplicemente volendolo, o così dovrebbe essere se fossimo sempre nella piena consapevolezza di noi stessi.

Ascoltiamo i lamenti di un collega, ma invece di lasciarci prendere dal suo punto di vista lo spingiamo a considerare gli aspetti positivi della situazione. Soffriamo per le conseguenze di un piccolo incidente e il dolore vi spinge a tornare al momento dell’incidente o a recriminare, ma sappiamo bene che non serve a nulla rivangare ripetutamente un evento che abbiamo vissuto e già compreso, mentre distogliendo l’attenzione il dolore sarebbe meno intenso.

Ma non sempre è così facile, vero?

Se non riusciamo con la semplice volontà, possiamo guidare la nostra attenzione attraverso le domande che ci facciamo. Le domande che ci poniamo determinano ciò su cui ci focalizziamo e attraverso le domande possiamo spostare la nostra attenzione.

Richiede tempo ed esercizio e dovremo fare i conti con le nostre esperienze passate e con le ferite irrisolte, quindi con emozioni che forse non comprendiamo appieno e sentimenti che abbiamo raccolto durante la nostra vita. Ma anche con i meccanismi automatici che la nostra mente ha costruito per interpretare velocemente la realtà e le abitudini negative che un tempo ci sono servite ma ora sono uno spreco di energie e tempo. Senza parlare delle convinzioni sbagliate sulla realtà e la vita che abbiamo collezionato.

Nel post “Domande che cambiano” abbiamo considerato che nasciamo e ci mettiamo anni per adattarci alla realtà in cui siamo stati partoriti, poi ci mettiamo anni per adattarci al mondo dei nostri genitori e della società in cui viviamo, trascinati in un tornado di cambiamenti che da neonato ci fanno crescere vorticosamente per poi lanciarci nella confusione cacofonica di un’adolescenza che sembra una tragedia comica recitata da stupefatti naufraghi tra maree ormonali.

Prima di capirci qualcosa ci scopriamo adulti e ci troviamo in un mondo di ipocriti e mentitori che non sanno cosa fanno, dove vanno, cosa vogliono e perché. E ci mettiamo anni per scoprire che la vita non è come ce l’hanno raccontata. Non è come ce la raccontano i nostri genitori, la scuola, la chiesa, la società, i media, i politici, anche i nostri amici, di solito confusi e sviati quanto noi. La vita è di fronte a noi, dentro di noi, eppure ci hanno insegnato a vederla non per quella che è, ma per quella che altri pensano che sia o vogliono che noi pensiamo che sia.

Per riuscire a vedere la vita per quella che è la soluzione è sempre la stessa: usare la testa e prestare attenzione alle cose importanti facendosi le domande giuste.

Nel post “Farsi le domande giuste” abbiamo visto che le domande possono essere buone e motivanti, utili e chiarificanti, ma anche negative e vuote, demotivanti e ingannevoli, capaci di imprigionarci in pensieri circolari che sprecano le nostre energie. Per esempio non dovremmo mai chiederci “perché capita sempre a me?”, oppure “perché non riesco mai a farlo?”, perché la domanda contiene in sé un giudizio negativo implicito. Mentre dovremmo porci domande come “cosa posso fare per ottenerlo?”.

All’inizio non è semplice, ma con l’esperienza le domande verranno più facilmente e l’attenzione rimarrà più a lungo dove vogliamo che sia. Scopriremo anche che non tutte le domande sono efficienti, che in certi momenti è meglio non usare il perché, ma il cosa e il come. Scopriremo anche che ci sono domande potenti ed efficaci che vale la pena raccogliere e usare tutti i giorni, così come ci sono modi sbagliati di porci le domande.

Dedicheremo due post sulle domande da porci e quelle da evitare, ma stasera voglio proporti un altro modo per guidare la tua attenzione: trasformarla in presenza. Come? Concentrare l’attenzione su di sé. La presenza è la consapevolezza di sé qui e ora, essere presenti, ricordarsi di sé.

La presenza è potente, ci spinge a conoscerci, a cambiare, ci apre prospettive e potenziali che non conosciamo o intuiamo solamente. Passiamo la vita immersi nel flusso, dimentichi di chi siamo mentre facciamo mille cose, mentre viviamo inconsapevolmente, senza sapere dove andiamo e perché.

La presenza si ottiene osservandoci, in silenzio, senza giudicare, senza lamentarci, osservando chi siamo, cosa facciamo, cosa pensiamo, cosa proviamo. Conosceremo meglio noi stessi e impareremo cose che ci stupiranno sul tempo e sulla realtà.

Inizia oggi, rivolgi l’attenzione su di te, osservati e ascoltati in silenzio senza pensare o giudicare. All’inizio sarà difficile, all’inizio ti distrarrai dopo pochi secondi o minuti, ma non desistere, continua e un poco alla volta imparerai a farlo per tempi lunghi, imparerai a farlo mentre fai altro, mentre vivi e parli, e inizierai a vedere con chiarezza crescente aspetti di te che non conoscevi o che conoscevi poco.

Che sei fatto di molte parti che quando lavorano insieme ottengono risultati sorprendenti, che i pensieri e le emozioni proliferano al di fuori dal tuo controllo, che c’è altro in te oltre a quello che gli altri vedono e che la società vuole da te.

Dirigere l’attenzione verso di te, osservarti senza coinvolgimento farà crescere la consapevolezza di te e la tua presenza nella vita. E maggiore sarà la tua presenza maggiore sarà la tua capacità di prendere decisioni efficaci.

Torneremo presto ad approfondire questo tema. Per stasera finiamo qui. Se vuoi esprimere la tua opinione non esitare a lascare un commento.

A presto ;D

La realtà e i mondi in cui viviamo

La realtà e il mondo

Cos’è la realtà?

Forse non c’è domanda più semplice e allo stesso più complessa, vero?

Sai perché? Perché confondiamo la realtà con il mondo in cui viviamo. Anche se dovrei dire “con le visioni del mondo in cui viviamo”. E dovrei anche aggiungere che raramente viviamo in un solo mondo.

La realtà è qui e ora, è il luogo e il tempo in cui viviamo, la realtà è fatta di cose, persone, energia, cose concrete della stessa materia di cui siamo fatti noi. Una delle principali caratteristiche della realtà è la concretezza, come la solidità della pietra, la fluidità dell’acqua, il gelo del vuoto e il morso affilato di una lama o di un bordo.

Riconoscere la realtà è semplice, basta toccarla, fermarsi abbastanza per colpirla abbastanza forte. La realtà è fatta di oggetti, forze ed energia.

Un altro aspetto della realtà è l’inesorabilità: se non mangi muori, se ti ferisci soffri, se non ti curi muori, se non bevi muori, se colpisci abbastanza forte una superficie ti ferisci o muori, il fuoco brucia e uccide, il vuoto uccide, il troppo freddo o il troppo caldo uccide, sostanze velenose uccidono, sostanze inquinanti tossiche uccidono lentamente. Potremmo continuare a lungo, ma penso che sia abbastanza chiaro a entrambi cosa sia la realtà.

I mondi umani sono invece fatti di eventi e di rapporti umani. No, è così. Pensaci.

Noi esseri umani non vediamo la realtà per quella che è, la viviamo attraverso le limitazioni dei nostri sensi, ma a piccole porzioni alla volta e sempre attraverso una serie di filtri e di semplificazioni che ce la rendono più comprensibile e gestibile. Quello che vediamo della realtà è sempre e solo l’interpretazione che il cervello da delle informazioni che arrivano attraverso i nostri sensi.

Siamo fatti così, i nostri sensi e il nostro cervello si sono sviluppati privilegiando le caratteristiche che ci rendono maggiormente in grado di affrontare la realtà. Così anche quando la realtà è semplice e brutale, raramente la vediamo per quella che è, ma tendiamo a correlarla, a darne interpretazioni, a vederla sotto punti di vista diversi che possono moltiplicarsi in presenza dei nostri simili, quindi dell’incessante comunicazione sociale.

Noi viviamo in un mondo che chiamiamo lavoro, in un altro che chiamiamo famiglia e altri che chiamiamo amici, parenti, chiesa, compagni di scuola, eccetera. Ogni mondo è una visione personale di una porzione della realtà in cui interagiamo con un gruppo di nostri simili.

Pensa al lavoro o alla scuola che frequenti. Ci vai quasi ogni giorno, fai attività in gran parte ripetitive, interagisci con altri esseri umani per uno o più scopi comuni, motivato da ragioni sociali o personali. Vai a scuola, hai sempre a che fare con un gruppo di tuoi coetanei e un gruppo di professori con cui fai miriadi di attività con lo scopo di apprendere, di socializzare, di conformarti alla struttura sociale dominante. Vai al lavoro, se sei fortunato è un lavoro che ti piace, hai a che fare con pochi o molti colleghi, clienti e fornitori, con lo scopo di guadagnare o far guadagnare la tua azienda.

In entrambe le situazioni ti adegui alla visione comune, una visione distorta della realtà, un mondo definito dal gruppo sociale di cui fai parte con confini fisici e mentali definiti, in cui è più importante la rete di relazioni e la comunicazione tra individui piuttosto che la realtà concreta delle cose, che sfuma, diventa di contorno, lo sfondo davanti al quale viviamo porzioni importanti della nostra giornata, della nostra vita.

Ma è veramente la realtà quella in cui viviamo?

No, viviamo in mondi costruiti su porzioni di realtà e il modo con cui vediamo le cose, vediamo gli altri, perfino il nome che diamo alle cose produce una distorsione nella nostra visione.

A voler essere precisi non è solo una questione di interpretazione del flusso sensoriale, ma dipende anche da emozioni e sentimenti, dalla nostra cultura, dalla conoscenza dei mille diversi aspetti della realtà, fino a come i flussi informativi, dei media, sociali, modellano la nostra visione generale. Del mondo e talvolta della realtà. Quindi a seconda dei significati diamo agli eventi e alle intenzioni delle azioni umane e non, la nostra visione della realtà e quindi il nostro mondo cambiano.

Raramente vediamo la realtà per quello che è, semplice, limpida e brutale, mentre siamo sintonizzati costantemente su uno o un altro dei mondi in cui viviamo la nostra vita. Indossiamo le maschere, i ruoli e le divise come le convenzioni sociali ci hanno insegnato a fare, comunichiamo continuamente coi nostri simili nei limiti delle convenzioni del gruppo, ci focalizziamo e spendiamo le nostre energie per scopi, obiettivi e desideri che la società e i media ci hanno insegnato a volere.

Non è così male in fondo, anche se non riuscire a vedere la realtà per quello che è viene di solito considerata una patologia mentale, che un tempo veniva curata con farmaci o peggio. Al giorno d’oggi l’incapacità di vedere la realtà è voluta da chi comanda per ovvie ragioni, soprattutto perché vedere la realtà per quello che è permette anche di riconoscere i mondi in cui viviamo per quello che sono, con le loro lacune e i loro inganni e ci rende meno manipolabili.

Punti di vista diversi danno una maggiore ampiezza e profondità di campo visivo, cioè una maggiore consapevolezza e comprensione di quello che osserviamo. Per questo il mio ovvio consiglio è cercare di vedere la realtà oltre i nostri mondi, oltre la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro, la chiesa, il partito, il circolo e tutto quello che noi chiamiamo vita.

La realtà insegna a modo suo, ma soprattutto offre una visione unica di noi stessi, della nostra vita e della nostra società.

Come possiamo vedere la realtà per quello che è?

È piuttosto facile, ma un argomento che approfondiremo in un altro post.

Per stasera finiamo qui

A presto ;D

Ciò che spinge l’uomo

Ciò che spinge l'uomo

Nei post “Ciò che spinge l’uomo” (1, 2 e 3) abbiamo compreso quali sono i bisogni emotivi dell’uomo. Se i bisogni fondamentali (cibo, acqua, aria, riparo, ecc) sono chiari a tutti in quanto collegati al meccanismo “evitare dolore/trovare piacere”, antico e basilare, meno intuitivi sono quei bisogni che emergono dopo aver soddisfatto quelli fondamentali, altri bisogni legati alle emozioni che ci spingono ad agire e scegliere alternative trascurandone altre.

Oggi voglio riproporti il quaderno “Ciò che spinge l’uomo” in cui abbiamo sviluppato da quei post. Lo puoi scaricare gratuitamente insieme agli altri quaderni registrandoti attraverso il link nella barra qui a fianco o nella pagina dei “Quaderni di ViteConsapevoli”. Riceverai direttamente nella tua posta elettronica i link per scaricarli, saranno sempre a tua disposizione, anche gli aggiornamenti futuri, e quando verranno pubblicati altri quaderni li riceverai altrettanto comodamente.

Questo è un estratto:

CIO’ CHE SPINGE L’UOMO

Cosa ci fa agire, cosa ci fa scegliere un’alternativa piuttosto che un’altra, cosa ci attrae e pretende soddisfazione? La nostra vita è un cammino di scelte, facili e difficili, rischiose o insignificanti, certe volte giuste e altre sbagliate, scelte che certe volte ci hanno premiato e altre volte ci hanno fatto soffrire. Tutte queste scelte ci hanno reso quelli che siamo. Noi siamo la somma delle decisioni che abbiamo preso fino ad oggi.

Ogni qualvolta ci si presenta una decisione, automaticamente ricordiamo le scelte passate, quelle scottanti più di quelle piacevoli, e ci chiediamo se questa nuova decisione ci porterà dolore o piacere.

Piacere e dolore sono le due chiavi essenziali che ci spingono ad agire: vogliamo evitare il dolore e provare piacere. Questo è l’essenza dei nostri bisogni. È intrinseco nella nostra natura biologica di esseri umani, nella chimica delle nostre emozioni, nel modo con cui la vita modella i tracciati della nostra mente con quelle che noi chiamiamo esperienze.

È un qualcosa che va oltre le esperienze più ovvie, come per esempio “non mettere la mano nel fuoco perché ti bruci”, e che determina il nostro comportamento da adulti e le nostre singole scelte. Un amico ti chiede: ”Voglio fare un corso di immersioni, vieni anche tu?”. Immediatamente la tua mente raccoglie dalla memoria tutte le esperienze correlate e si chiede “se lo farò proverò dolore o piacere?”. Le persone che amano il mare, lo sport e il nuoto tenderanno a dire sì, mentre chi ha avuto esperienze dolorose relative al mare, ha difficoltà a nuotare e così via tenderà a dire di no.

Questo è un modo basilare di vedere le cose, le valutazioni della nostra mente di fronte a una decisione sono molto più complesse, eppure il quesito “piacere o dolore” è uno schema comportamentale radicato nella parte più primitiva del nostro cervello e sempre presente nelle nostre scelte, e non dobbiamo sottovalutarlo.

BISOGNI EMOTIVI

I bisogni emotivi sono strutture mentali comportamentali, cioè strutture che influenzano o determinano i nostri comportamenti in quanto la loro soddisfazione ci dona piacere. Sono bisogni più evoluti del meccanismo basilare piacere-dolore, ma che affondano le loro radici anche nelle parti profonde e antiche della nostra mente, in quanto sono intrecciati alle emozioni umane.

Un bisogno emotivo non è altro che il bisogno di provare una o più emozioni o sensazioni, o non provarne di negative. La soddisfazione di questo bisogno ci dona intense sensazioni positive, causate sia dalla produzione di sostanze chimiche nel nostro corpo che troviamo piacevoli, sia dal ricordo di momenti centrali di momenti importanti dei primi anni della nostra vita. I bisogni emotivi non sono potenti come le necessità materiali, ma determinano il nostro comportamento in modi di cui spesso non ci rendiamo conto.

Quali sono i bisogni emotivi?

Semplificando i bisogni dell’uomo possono riassumersi in: 

  1. bisogno di sicurezza 
  2. bisogno di varietà 
  3. bisogno di sentirsi importanti
  4. bisogno di amore e unione 
  5. bisogno di crescere 
  6. bisogno di condivisione

I primi quattro sono bisogni più basilari, cioè legati alle emozioni più semplici, mentre gli ultimi due sono bisogni evoluti e richiedono la capacità di provare emozioni complesse, capacità che si ottiene nel tempo grazie a determinate esperienze positive o negative, o affrontando e comprendendo gli aspetti più complessi della realtà e di noi stessi.

SICUREZZA

Il bisogno di sicurezza è il bisogno di non provare né dolore, né paura.

È quello che ti spinge a cercare certezze e a evitare le incertezze, che ti fa evitare ciò che non conosci, quello che è fuori dalla zona di comfort, cioè che ti fa scegliere luoghi e cose note, che ti spinge a mantenere le tue abitudini, per esempio, ti fa ingozzare di cibo quando sei stressato, e che ti spinge a evitare scelte difficili.

È anche quello che ti spinge a cercare di tenere sotto controllo cose, persone e situazioni, anche quello che non può essere controllato. Così metti in ordine la casa per sentirti sicuro, ti tieni informato per sapere quello che sta succedendo intorno a te, per sapere di più sulle persone che vivono vicino a te o che lavorano con te.

È anche quello che ti spinge a rafforzare le tue credenze e convinzioni, positive o negative che siano, come la fede, la tua identità, le conoscenze, o la convinzione di essere o non essere capace di fare una certa cosa.

Tu come soddisfi il tuo bisogno di sicurezza?

Sei abitudinario? Eviti le scelte e i problemi? Nelle tue scelte preferisci soluzioni note a quelle poco familiari?

Come avrai già intuito leggendo, noi esseri umani possiamo soddisfare il nostro bisogno di sicurezza in molti modi diversi, che possono essere positivi, negativi o neutri come impatto sulla nostra vita, sulla nostra interiorità, salute fisica ed economica, sul modo con cui spendiamo il nostro tempo.

Per esempio, c’è chi di fronte alle difficoltà preferisce ignorarle, ma questo non è costruttivo, non a lungo termine, anzi è dannoso. E c’è chi non si sente in grado di fare qualcosa per un’esperienza negativa vissuta quando era più giovane e dice: “io sono fatto così, non posso farlo”.

È positivo secondo te?

No, certo che no. Smetterà di impegnarsi e l’unica cosa che otterrà sarà una “incapacità appresa”. Cioè non sarà in grado di apprendere o fare una certa cosa, perché “crede” a priori di non esserne in grado, a seguito di esperienze negative.

È importante per noi riconoscere il nostro bisogno di sicurezza, capire in quali modi lo soddisfiamo, se questi sono positivi o negativi e quali effetti hanno sulla nostra vita. Così facendo possiamo diventare più consapevoli di noi stessi e possiamo abbandonare i modi negativi o perfino distruttivi con cui soddisfiamo il nostro bisogno di sicurezza, privilegiando quelli positivi e costruttivi.

E questo vale per tutti i bisogni, non solo per il bisogno di sicurezza.

VARIETA’

Mentre il bisogno di sicurezza ti spinge a cercare certezze e a evitare le incertezze, il bisogno di varietà ti spinge a provare cose nuove, a incontrare persone diverse, a mettere sale nella tua vita. Immagina se la tua vita fosse sempre sicura e certa, se facessi sempre le stesse cose, se il tuo futuro fosse prestabilito.

Come sarebbe la vita?

Esatto! Noiosa!

Il bisogno di varietà nasce dal bisogno di provare emozioni e queste nascono dalle novità, dal conoscere persone nuove, dalla sorpresa, dall’affrontare dei rischi, dal fare cose diverse dal solito, dal viaggiare e scoprire nuovi luoghi, nuovi modi di vedere il mondo, nuovi stati d’animo, anche attraverso l’assunzione di eccitanti come l’alcol o gli stupefacenti.

Il nostro cervello è fatto in questo modo, le emozioni dalle più primitive alle più evolute comportano la produzione di mix di sostanze eccitanti, stimolanti, che inondano l’intero corpo, attivando aree del cervello particolari, scatenando reazioni fisiologiche a catena. Pensa alla paura, una delle emozioni più primitive, pensa a cosa succede quando provi paura: il tuo corpo produce sostanze che ti preparano all’azione, a reagire il più velocemente possibile all’eventuale minaccia, acuiscono la mente e i sensi. Ora pensa alla passione, o alla gioia, a cosa succede alla tua mente, pensa alle sensazioni che provi.

Il nostro cervello ha bisogno di provare emozioni e fare le stesse cose non ci dà emozioni. La vita di noi esseri umani è fatta di emozioni non di gesti o di giorni sempre uguali, per questo arriviamo perfino a sabotare inconsciamente la nostra vita, i nostri rapporti, i nostri progetti, le nostre relazioni, il nostro lavoro per mettere un pizzico di varietà.

Cosa fai tu per soddisfare il tuo bisogno di varietà?

ESSERE IMPORTANTI

Ora passiamo al terzo bisogno, il bisogno di sentirsi importanti.

Nonostante il nostro individualismo siamo creature sociali, veniamo educati e allevati dai nostri simili e senza di essi impazziremmo e moriremmo. La vita e le emozioni girano attorno ai rapporti con altri uomini e donne, alle relazioni particolari e speciali con alcuni di essi/esse. Da piccoli ci crogioliamo nell’amore di nostra madre e cerchiamo l’attenzione degli altri, da adolescenti ci emozioniamo per ogni piccolo particolare delle nostre relazioni sociali, per ogni sguardo e sorriso.

Il bisogno di sentirsi importante è questo, ma anche molto altro: è il bisogno di avere un significato, di sentirci necessari, di avere uno scopo, un compito, il bisogno di sentirsi unici. È un bisogno strettamente legato alla nostra personalità, alla nostra maturità e alla nostra autostima.

Come soddisfiamo questo bisogno?

I successi della nostra vita soddisfano questo bisogno, i risultati che otteniamo nel lavoro e nella vita ci fanno sentire unici. Troviamo soddisfazione anche nelle piccole cose, come con la possibilità di vantare dei titoli: dottore, avvocato; o attraverso il possesso materiale di cose come una bella macchina, una bella casa. Pensa a come ti sei sentito quando hai ottenuto il motorino o la tua prima auto. Pensa ai collezionisti e all’impegno che mettono per realizzare una collezione unica, per ottenere pezzi rari o unici.

AMORE

Il quarto dei nostri bisogni emotivi è il bisogno di amore e unione. È il bisogno di sentirsi amati, di far parte di qualcosa, di provare un senso di appartenenza, di condivisione, di unione.

Questo bisogno nasce dalla nostra natura sociale, di mammiferi, dal nostro istinto alla riproduzione, dalle convenzioni sociali, dalla cultura acquisita. I tre bisogni precedenti per diversi aspetti convergono in quest’ultimo o trovano soddisfazione comune: perché per esempio il gruppo ci offre sicurezza, perché attraverso i rapporti e le relazioni otteniamo le emozioni più intense e quindi varietà, e perché costruire una famiglia ci rende importanti, far parte di qualcosa di grande ci rende importanti.

La massima soddisfazione del bisogno di amore la otteniamo costruendo una famiglia o una relazione intensa e solida, o entrando a far parte di una realtà intensa e coinvolgente come una comunità religiosa. In alternativa c’è chi soddisfa questo bisogno entrando a far parte di un gruppo di amici, o attraverso il sesso, o attraverso religione e spiritualità. C’è chi si prende un cane, perché un cane ti ama in modo incondizionato senza chiederti nulla. C’è chi parla con gli altri dei propri problemi per ricevere conforto e amore oltre che attenzione. C’è chi cerca l’approvazione altrui perché in questo modo si sente accettato e amato. Inoltre otteniamo soddisfazione del nostro bisogno di appartenenza facendo parte di una grande realtà lavorativa, o di un corpo militare, o di una grande nazione.

Questo bisogno ci porta a compiere le scelte più grandi e determinanti della nostra vita o quantomeno le influenza. Famiglia, figli, carriera, amici, relazioni, religione. Parole potenti per scelte e cambiamenti determinanti per la nostra esistenza.

Tu come hai soddisfatto o come soddisfi il tuo bisogno di amore e unione?

Quali scelte hai compiuto spinto da questo bisogno e come hanno cambiato la tua vita?

Il resto lo puoi trovare nel quaderno “Ciò che spinge l’uomo”. Scaricalo gratuitamente insieme agli altri quaderni registrandoti attraverso il link nella barra qui a fianco o nella pagina dei “Quaderni di ViteConsapevoli”. Riceverai direttamente nella tua posta elettronica i link per scaricarli, saranno sempre a tua disposizione, anche gli aggiornamenti futuri, e quando verranno pubblicati altri quaderni li riceverai altrettanto comodamente.

Buon lettura e a presto ;D

La realtà che non vediamo

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Una delle rivelazioni più importanti della nostra infanzia è che esistono mondi che non vediamo, aldilà dei nostri sensi, che appartengono ad aspetti nascosti della realtà, nascosti e misteriosi.

I nostri genitori, consciamente o inconsciamente, ci trasmettono il loro modello interpretativo della realtà, la loro visione delle cose, di come comportarsi in certe situazioni piuttosto che in altre. Di conseguenza a seconda del loro rapporto con la realtà possiamo considerare il mondo come un parco giochi in cui scorrazzare liberamente fino a trovarne i confini, o imparare a temerne certi aspetti, di solito senza comprendere bene perché, solo per la paura che i nostri genitori provano a proposito.

In entrambi i casi è solo questione di tempo prima che ci imbattiamo in confini invisibili di mondi che non vediamo. Sì, davvero! E in quanto invisibili ci vengono svelati da chi li conosce già, in primo luogo dai nostri genitori.

Quali sono questi mondi nascosti?

I primi mondi invisibili in cui ci imbattiamo di solito sono quelli delle cose molto piccole e delle cose molto distanti. Ma altri seguono via via che cresciamo: il mondo del tempo, il mondo degli adulti, il mondo dello spazio oltre la terra, il mondo delle storie e del c’era una volta, il mondo della morte e dei defunti, il mondo delle parole non dette, il mondo delle domande senza risposte e molti altri ancora.

E sono questi mondi che non vediamo che mettono a prova l’infallibilità dei nostri genitori. Cercando di conoscerli scopriamo che neppure loro li conoscono, o non li conoscono abbastanza per la nostra curiosità.

Stasera torniamo indietro per approfondire la nostra conoscenza dei mondi invisibili, perché la loro comprensione è fondamentale per lo sviluppo della nostra consapevolezza e troppo spesso, quando siamo bambini, nelle nostre esplorazioni parziali ci lasciamo indietro parti di noi o dei nostri possibili futuri.

Partiamo dal mondo del molto piccolo.

La nostra vista è un senso straordinario, ma ha numerosi limiti che raramente comprendiamo a fondo, non da bambini. Uno di questi limiti è la percezione delle cose piccole.

Quanto deve esser grande un oggetto o una macchia perché lo possiamo vedere?

Circa 1 decimo di millimetro, o poco meno. Ma in realtà possiamo percepire anche oggetti più piccoli se posti su uno sfondo in contrasto, per esempio nero su bianco, o su un piano retroilluminato, o se consideriamo linee o oggetti di una certa forma. In questi casi arriviamo anche a dimensioni di un centesimo di millimetro e talvolta anche meno.

Da bambini seguiamo curiosi i minuscoli insetti che zampettano, studiamo con attenzione le piccole macchie sopra gli specchi, osserviamo da vicino i pori e la trama della pelle della mamma. Questo finché il comportamento e dal tono della voce dei genitori dei nostri genitori non ci rivela che ci sono cose ancora più piccole, per esempio la polvere che magicamente appare sulle superficie quando non guardiamo. Oppure non incappiamo in certe esperienze che ci fanno dubitare dell’assolutezza dei nostri occhi, anzi della nostra vista.

Così nella luce estiva o in quella fredda di un faro che illumina il buio possiamo scoprire la polvere che vortica nell’aria, visibile solo nel fascio e non fuori. O facciamo la conoscenza delle muffe che compaiono magicamente sul formaggio e nelle fughe delle piastrelle. Mentre il nostro tatto ci dà conferma che le superfici che crediamo lisce sono spesso ruvide o granulose.

Finché qualcuno finalmente ci racconta delle cellule che compongono il nostro corpo, degli atomi che compongono la materia e, se siamo fortunati, ci rivelano alcuni dei limiti della vista umana e degli altri sensi. Allora ci emozioniamo di fronte ai miraggi o alle illusioni ottiche di certe figure dalle forme e dai colori ingannevoli.

Dopo aver passato anni a convincerci che il mondo fosse concreto e sicuro, ecco che scopriamo che una fetta della realtà non la vediamo affatto. Nel tempo i nostri genitori o la scuola ce ne mostrano le immagini: acari, batteri, superfici viste e ingrandite attraverso i microscopi e molto altro, ma raramente ci viene data una visione d’insieme, uno sguardo panoramico.

In questo e nei prossimi post cerchiamo di porre rimedio a questa lacuna.

L’aria attorno a noi

Molto raramente diventiamo consapevoli di ciò che c’è nell’aria attorno a lui, la vediamo limpida a meno di giornate nebbiose o del fumo di un fuoco o di una ciminiera, o di evidenze indirette come il cielo biancastro di nubi o foschia, la sabbia caduta insieme alla pioggia sui vetri e sulle superfici riflettenti, odori intensi che pervadono l’aria, la polvere che certa luce o certi fasci di luce evidenziano ai nostri occhi.

Raramente l’aria è pulita come l’immaginiamo, anzi per noi che viviamo in città, lungo strade percorse da centinaia o migliaia di veicoli ogni giorno l’aria è una sospensione di polveri vorticanti di varia natura, di sostanze chimiche odorose o meno generate da piante, rilasciate da oggetti o emesse da macchine di solito per combustione. Ma anche di batteri, spore, microorganismi e residui organici di varia natura, come per esempio scaglie della nostra pelle.

Quando ci muoviamo tutto questo si deposita su di noi, sui nostri vestiti, aderisce alla nostra pelle. Ad ogni respiro ne inspiriamo una porzione dentro i nostri polmoni. Buona parte delle polveri e delle sostanze si fermano nel naso e nella bocca, nella prima parte del nostro sistema respiratorio, depositandosi su mucose, lingua, gola, eccetera, che per fortuna hanno i loro sistemi di pulizia che cattura, rende inerte ed espelle polveri, sostanze e microorganismi. A meno che non siano troppo piccoli, come nel caso delle polveri sottili generate da combustione ad alta temperatura (es: inceneritori), allora tutto finisce nei polmoni e da qui in circolo e perfino nelle cellule.

L’aria di montagna ci appare pulita perché la concentrazione di polveri e microorganismi è minore, sia perché ci sono meno fonti artificiali, ma più naturali, sia perché correnti e precipitazioni ne accelerano l’abbattimento. Ma in realtà a terra l’aria è sempre pervasa da polveri, sostanze chimiche, microrganismi, eccetera. La civiltà moderna ne ha aumentato le concentrazioni e la pericolosità.

L’acqua che scava le montagne

L’acqua dei mari e dei fiumi, ma anche l’acqua che beviamo è in realtà una soluzione se non un brodo di sostanze, particelle e organismi. Non a caso l’acqua è un potente solvente che scava le montagne ed è anche la culla della vita. Noi siamo fatti prevalentemente di acqua.

L’acqua scioglie ogni cosa e se non la scioglie la scava, la trasporta per poi rilasciarla sul fondo di mari, laghi e fiumi. L’acqua del mare è salata perché scioglie i sali minerali dalla roccia e dal terreno, ma è anche ospite di innumerevoli creature viventi, la maggior parte piccola per i nostri occhi, come il plancton, ma fondamentale per la vita degli oceani.

E l’acqua che beviamo?

L’acqua che esce dai rubinetti è depurata, cioè viene rimossa la maggior parte dei materiali sospesi, per esempio tramite filtrazione, e la maggior parte dei microrganismi e delle sostanze organiche tramite trattamenti chimici, come la clorazione. Disciogliere sostanze a base cloro serve a rendere l’acqua potabile, ma comporta l’introduzione e la formazione di sostanze che rimangono nell’acqua che beviamo.

Quindi dobbiamo bere acqua minerale in bottiglia?

Anche l’acqua minerale è in realtà una soluzione di sali e organismi e, anche se non viene trattata, di solito, gli studi indipendenti compiuti provano che non è significativamente migliore dell’acqua potabile che arriva nei rubinetti, mentre genera rifiuti inquinanti che rientrano nella catena alimentare.

Ma non è mia intenzione dare consigli sull’acqua da bere o invitare a comportamenti rispettosi dell’ambiente. Tra l’altro è doveroso aggiungere che il nostro organismo è in grado fino a un certo punto di bere acque non potabili, ma rischiando esposizioni a malattie ed inquinanti che tendono ad accorciare la vita umana.

Quello che voglio sottolineare è che quando ci versiamo da bere, l’acqua che ci appare così limpida contiene disciolti sali, aria e sostanze volatili e non solo nelle bollicine che vediamo salire, poi contiene tutte le sostanze che ha trovato nelle tubature o nella bottiglia e nel bicchiere. Per esempio la polvere che si depositata nel bicchiere vuoto, i residui del lavaggio del bicchiere, soprattutto delle sostanze contenute nel sapone usato, se è uscito dalla lavastoviglie anche residui del brillantante che rende il bicchiere così belle e luminoso.

Per sua natura l’acqua scioglie le montagne e la maggior parte delle sostanze che ci sono in natura, è quindi naturale che in essa si trovino innumerevoli sostanze, polveri ed organismi.

Le superfici e i loro abitanti

Il mondo delle superfici è un mondo quasi alieno hai nostri occhi, le superfici che crediamo piane e lisce viste da molto vicino sono in realtà un susseguirsi di rilievi a vallate, crepacci e molto altro a seconda del materiale di cui sono fatte. Se questi è intuitivo per i materiali di origine naturale, come il legno o la pietra, meno lo è di fronte a materiali artificiali come vetro, plastica e metalli, ma vale in assoluto. La superficie può essere levigata e lucidata fino a ottenere superfici quasi piane, perfino specchi, ma la normalità è quella di una superficie solo in apparenza piana.

Il resto viene dall’aria o dall’acqua che scorre. Come tutti sappiamo per esperienza, tutto ciò che è in aria prima o poi ricade a terra, quindi ogni superficie viene prima o poi ricoperta di polvere e altro. Come già accennato anche noi ne siamo ricoperti, tutto ciò che è in aria ricade su di noi, sui nostri vestiti, sulla nostra pelle.

Quindi in realtà ogni superficie è una distesa più o meno fitta di polveri, microrganismi, insetti piccolissimi, residui organici o inorganici che noi chiamiamo sporco, fatti delle cose più disparate. Esempio? I residui degli esseri viventi, come le scaglie della nostra pelle, o microgocce di saliva, o altri fluidi o resti, come frammenti, ceneri o fibre di materiali portati dal vento. E molto altro.

Quindi quando puliamo le superfici, non facciamo altro che trasferire lo sporco a un panno usando liquidi detergenti o solventi che favoriscono il distacco dalla superficie e l’attrazione del panno.

Mentre quando usiamo l’acqua la pulizia è relativamente più efficace, se coadiuvata da sostanze detergenti o dal calore e se le si dà il tempo di esercitare la sua capacità solvente. Così come l’acqua porta via, l’acqua lascia residui. Ciò che portava in sé, per esempio tracce dei detergenti usati, o dello sporco prelevato da altrove o presente nei contenitori, ma in quantità di solito minori.

Questi sono solo alcuni dei punti di vista con cui si dovrebbe guardare il mondo piccolo, per comprendere la sua estensione e come sia interconnesso al mondo in cui viviamo. Per esempio per comprendere che è composto da molti mondi diversi a seconda della dimensione su cui ci soffermiamo, il millesimo di millimetro piuttosto che il milionesimo di millimetro o meno ancora. Tutti volti diversi di quella parte della realtà che non vediamo.

Approfondiremo ancora questo argomento con punti di vista diversi e altrettanto interessanti.

Alla prossima ;D

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