Ogni scelta modella la tua vita. Diventa consapevole delle tue scelte

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Questa sera torniamo a parlare di acqua pubblica. Due anni fa il referendum aveva sancito la volontà della maggioranza dei cittadini italiani in merito alla privatizzazione dei servizi pubblici, tra cui la gestione dell’acqua.

Nei post precedenti (qui, qui, qui) abbiamo visto come, con il referendum del giugno 2011, la maggioranza degli italiani ha espresso in modo inequivocabile di non volere la privatizzazione dei servizi pubblici, in primis l’acqua pubblica (vedi post “E dopo il referendum?”), ma in pochi mesi abbiamo avuto conferma delle nostre previsioni: la classe politica e tutti coloro che volevano mettere le mani sul business dei servizi pubblici non vogliono desistere.

Nell’autunno 2011 il governo aveva inserito nella manovra finanziaria una norma che riproponeva nella sostanza quanto stabiliva l’articolo 23 della legge Fitto-Ronchi abrogata dal referendum (vedi post “E il referendum?”). Inoltre nel giro di pochi mesi era stata emanata una norma per commissariare i sindaci che non privatizzavano i servizi pubblici locali, in diversi casi la politica locale aveva continuato imperterrita a privatizzare (vedi post “Il referendum tradito 1”) e il Fatto Quotidiano aveva scoperto che i gestori privati dell’acqua si erano fatti dare da Giulio Napolitano, esperto del settore, un dossier su come era possibile ignorare il risultato del referendum (vedi post “Il referendum tradito 2”).

Inoltre con il decreto liberalizzazioni, il governo Monti aveva rafforzato le norme relative alla privatizzazione dei pubblici servizi del pacchetto anticrisi di Tremonti, che a sua volta riprendeva la legge Ronchi Fitto abolita dal referendum (vedi post “L’assalto all’acqua”), senza procedere all’abrogazione del 7% di “remunerazione garantita del capitale investito” presente tuttora nelle tariffe del servizio idrico e cancellata dal referendum.

Nel luglio 2012, la consulta si era espressa contro le norme sopra citate e le aveva dichiarate incostituzionali, restituendo ai comuni il potere decisionale sulla gestione dei servizi pubblici locali (vedi post “Si pronuncia la consulta”). Una vittoria per tutti i cittadini e una battuta d’arresto ai piani di imprenditori, società di gestione, multinazionali e classe politica.

Poi alla fine dell’anno scorso, l’autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg), a cui il governo Monti aveva affidato la gestione delle tariffe dell’acqua, ha presentato un nuovo metodo per calcolare il costo del servizio in cui ha reinserito con un altro nome il 7% di “remunerazione del capitale investito” abrogato dal referendum che garantisce alle società di gestione i costi non previsti dai piani di investimento.

Il forum dei movimenti per l’acqua ha presentato ricorso al Tar della Lombardia, regione sede dell’Aeeg. Mentre si attende la decisione del tribunale, molti comuni hanno già bocciato il nuovo metodo, ma sulla bolletta continua a pesare la remunerazione del capitale a garanzia degli utili delle aziende.

Nel frattempo, a marzo a Torino il consiglio comunale ha deciso di trasformare la Smat spa, azienda al 100% a capitale pubblico che gestisce l’acqua della provincia, in un’azienda di diritto pubblico. Mentre in Toscana e in Emilia Romagna nulla è cambiato, anzi il consiglio comunale di Bologna ha approvato la fusione di Hera, la multiutility emiliana che si occupa di gas, rifiuti, energia e acqua, con la veneta Acegas. Un altro passo verso la privatizzazione, in quanto i soci pubblici perdono la maggioranza dei voti.

A Milano non si è andati oltre la modifica dello statuto comunale: l’autunno scorso è stato inserito il riconoscimento dell’acqua come bene comune. A Napoli il consiglio comunale ha deciso subito di trasformare Arin Spa in un ente di diritto pubblico con il compito di gestire le risorse idriche. Analoga scelta è stata fatta a Imperia, Palermo, Forlì, Savona, Vicenza, Varese e Piacenza. Nel dicembre scorso, a Reggio Emilia, il consiglio comunale ha approvato la mozione popolare che chiedeva di affidare il servizio idrico a un ente pubblico, ponendo fine alla gestione da parte della multiutility Iren.

Buone notizie, ma in realtà, la maggior parte dei cittadini italiani continua a pagare in bolletta gli utili garantiti alle società di gestione dei servizi, nonostante il referendum li abbia abrogati. E la politica non ha fatto nulla per legiferare in proposito, anzi, ha fatto di tutto per ritardare la formazione di un gruppo di lavoro sull’acqua che concretizzi in via definitiva i risultati del referendum.

Gli interessi privati dietro alla questione e la corruzione della nostra classe politica sono tali che la violazione sistematica del risultato del referendum non desta stupore. Le società di gestione e le multinazionali non vogliono perdere l’affare dei servizi locali e sono spalleggiati dalla classe politica italiana che continua nella sua inerzia e nei suoi tentativi di affossare i risultati referendari in dispregio dei cittadini italiani.

Perché lo fanno?

Per lucro, il loro scopo è fare soldi a spese della collettività, cioè di tutti noi.

Cosa possiamo fare per evitarlo?

Dare sostegno ai movimenti per l’acqua e far sentire forte la nostra voce.

Qui puoi trovare il forum italiano dei movimenti dell’acqua.

Non dimenticare che le tue scelte di oggi determinano il tuo futuro.

A presto ;D

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