Ogni scelta modella la tua vita. Diventa consapevole delle tue scelte

Riprendiamo quanto visto nel post precedente (qui) sullo strumento del referendum e sulla scelta relativa. Ricordate?

Un referendum è una consultazione degli elettori, che serve a cancellare parzialmente o totalmente una legge. Deve esser richiesto da almeno cinquecentomila elettori o da cinque consigli regionali e, perchè sia valida, deve votare il 50% degli elettori aventi diritto (i maggiorenni) più 1.

Ci eravamo posti alcune domande per mettere meglio a fuoco l’intera questione e avevamo osservato che un referendum è un strumento sminuito e osteggiato dalla politica e sottovalutato da una buona parte dei cittadini italiani.

Ora prendiamo come esempio concreto il prossimo referendum del 12 e 13 giugno, dove saremo chiamati a decidere su quattro quesiti, riguardanti l’abrogazione di leggi relative al nucleare, all’acqua pubblica e al legittimo impedimento.

Il primo punto che vi invito a considerare è il quando.

Chi decide la data del referendum?

La legge definisce un intervallo di due mesi, ma è la classe politica che decide la data.

Quest’anno si tengono anche le elezioni amministrative, a giorni ormai, allora perché non hanno accorpato insieme queste e il referendum? I vantaggi sarebbero stati notevoli: elezioni e referendum costano alla collettività e il risparmio stimato si aggira attorno ai 400 milioni di euro. Lo ripeto, noi risparmieremmo 400 milioni di euro delle nostre tasse. In secondo luogo sarebbe più facile raggiungere il quorum (50% + 1 voti) e quindi sarebbe minore il rischio di buttare via i soldi del referendum (ben di più dei 400 milioni precedenti).

Perché sarebbe più facile raggiungere il quorum?

Perché a giugno le scuole chiudono, le giornate si fanno belle e inizia l’estate italiana, quindi parte dei cittadini la domenica sono distratti da altro, mentre a maggio no. Inoltre e soprattutto le amministrative vengono pubblicizzate e propagandate dalla politica a tamburo battente attraverso i media, incontri e comizi. Mentre il referendum, nonostante l’utilità e l’importanza per i cittadini, non gode di altrettanta attenzione e pubblicità. Anzi, quest’anno come già accaduto ripetutamente nell’ultimo decennio, c’è stato un evidente boicottaggio della diffusione dell’informazione relativa al referendum sui mezzi di informazione privati e pubblici.

Chi ostacola l’informazione sul referendum?

Chi controlla i media su cui deve essere veicolata l’informazione. Nel prossimo futuro faremo un’analisi approfondita dei media italiani, per ora semplifichiamo: la televisione pubblica è sotto il controllo della politica, le tv private sono proprietà o sotto il controllo dell’attuale presidente del consiglio, lo stesso vale molto grossolanamente per la maggior parte delle radio e dei giornali, anche se la realtà è più complessa e gli attori coinvolti sono diversi (industriali, banche, eccetera), ma per ora limitiamoci a questo. Possiamo quindi dire che la classe politica per prima ostacola l’informazione sui referendum.

Oltre a tutto questo, più volte negli ultimi quindici anni la classe politica ha chiesto espressamente hai propri sostenitori di non andare a votare ai referendum, disinformando manifestamente i cittadini sui quesiti e sullo strumento del referendum.

Il perché lo faccia l’abbiamo visto nel post precedente, ma in sostanza la classe politica lo fa per:

  1. evitare un giudizio negativo sul suo operato;

  2. non dover rispondere alla volontà popolare;

  3. evitare limitazioni al proprio potere;

  4. indurre i cittadini a delegare a loro e limitarsi ad essere spettatori e non protagonisti;

  5. perché trae vantaggio diretto o indiretto dalla legge oggetto di abrogazione.

Ora esaminiamo i quesiti del prossimo referendum. Non ho intenzione di fare propaganda, piuttosto vorrei esaminare con voi vantaggi e svantaggi di un risultato positivo.

Quesito 4:

«Volete voi che siano abrogati l’articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 nonchè l’articolo 1 della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante «disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza?».

Come è intuibile, il quesito mira ad abrogare la legge sul “legittimo impedimento”, che la classe politica ha fatto per fornirsi di un ulteriore strumento di protezione dall’azione giudiziaria. Personalmente mi chiedo come mai dopo sessantanni di repubblica sia sorto il bisogno di ulteriore protezione. Più in generale è evidente che l’abrogazione svantaggerebbe la classe politica e avvantaggerebbe i cittadini portando equilibrio tra i poteri dello stato.

Quesito 3:

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?».

Questo quesito mira ad abrogare la norma per la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”, in sostanza va a bloccare i progetti di realizzazione di impianti per la produzione di energia nucleare. Questi progetti sono stati realizzati dalla classe politica nonostante un precedente referendum in proposito e nonostante la maggioranza dei cittadini italiani non volesse e non voglia il nucleare in Italia.

L’abrogazione svantaggerebbe la classe politica che ha messo in piedi la cosa e gli industriali che mirano a guadagnarci con la costruzione e la gestione degli impianti industriali; mentre avvantaggerebbe i cittadini prevenendo i costi a breve e lungo termine del nucleare e soprattutto eliminando tutti i rischi legati al nucleare, da quelli dell’aumento della radioattività vicino alle centrali e ai siti di stoccaggio, a quelli di incidenti catastrofici imprevisti a centrali e siti di stoccaggio come avvenuto recentemente in Giappone.

Quesito 1:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria» convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall’art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante «Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia» e dall’art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante «Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea» convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?».

Quesito 2:

«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 «Norme in materia ambientale», limitatamente alla seguente parte: «dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito»?».

Questo due ultimi quesiti mirano a bloccare la privatizzazione dell’acqua pubblica, il primo agendo sulle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, il secondo sulla norma che “regola” la tariffa del servizio idrico. L’affidamento di una risorsa fondamentale come l’acqua dalle mani di un servizio pubblico a beneficio dei cittadini a quelle di un’azienda privata il cui scopo è il lucro, il guadagno, ha come conseguenza inevitabile un aumento del prezzo e in certi casi un peggioramento dei servizi. Questo è dimostrato dalle esperienze nel resto del mondo nell’ultimo decennio, a partire dalla Bolivia, dove la privatizzazione dell’acqua ha portato a un conflitto civile, fino alla stessa Europa dove le città come Parigi e Berlino si sono riappropriate della loro acqua appunto a seguito dei costi eccessivi per i cittadini e del peggioramento del servizio.

Per questo possiamo dire che l’abrogazione svantaggerebbe gli imprenditori, le società, gli industriali e i grandi gruppi intenzionati a gestire l’acqua pubblica guadagnandoci e avvantaggerebbe i cittadini che non dovrebbero pagare di tasca propria aumenti delle tariffe.

Siamo in fondo. Vi ringrazio della pazienza e mi scuso per essermi dilungato, ma penso che sviscerare a fondo questi argomenti dia a tutti una prospettiva più ampia sulla scelta da compiere e sulla realtà in cui viviamo.

Vi prometto argomenti altrettanto interessanti, per adesso vi invito ad andare a votare per il referendum, qualunque sia la vostra scelta. Ricordo che con “SI” scegliete di abrogare le leggi, con “NO” scegliete di non abrogarle.

A presto ;D

Qui  trovi il precedente post sui referendum.


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