Ogni scelta modella la tua vita. Diventa consapevole delle tue scelte

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Stasera parliamo del “giornalismo” e della produzione e distribuzione dell’informazione attraverso i media. Per farlo ci rifacciamo ai contenuti di alcuni noti manuali di giornalismo.

Come sappiamo bene i giornalisti sono protagonisti del processo di informazione di noi cittadini, sono gli operatori dei media di massa, sono coloro che si pongono tra la fonte e il destinatario dell’informazione. Da loro dipende la qualità dell’informazione che riceviamo.

Il processo informativo ha tre protagonisti: la fonte, il mediatore e il destinatario dell’informazione.

Le fonti sono l’origine dell’informazione e possono essere di diverso tipo: la fonte primaria è il fatto, ossia uno dei mille eventi della vita quotidiana, o i protagonisti/testimoni del fatto; la fonte secondaria o intermedia è “chi racconta il fatto”, ossia le strutture pubbliche e private che l’organizzazione del processo produttivo dell’informazione ha creato per offrire al giornalista il fatto già selezionato e codificato, come le agenzie stampa e d’informazione, gli uffici stampa, i portavoce.

Il mediatore è il giornalista che racconta il fatto, l’informazione, e che dovrebbe raccontarlo così come è avvenuto. Il giornalismo dovrebbe dare conoscenza, suggerire riflessioni, senza limitarsi a suscitare emozioni. Il giornalista non dovrebbe manipolare l’informazione, né mentire, né eccedere nella drammatizzazione del fatto. Sebbene l’obiettività è impossibile per la natura stessa dell’essere umano, d’altra parte il giornalista dovrebbe essere imparziale e coscienzioso e aderire il più possibile alla realtà dei fatti.

Il destinatario, che sia lettore, radioascoltatore, telespettatore o utente della rete, è una persona reale che dal lavoro del giornalista si aspetta di avere informazione di qualità, per accrescere la propria conoscenza, per sapere come migliorare la propria vita o per soddisfare la propria curiosità. Il lettore è il fine dell’informazione non un mezzo col quale arrivare ad altri fini, per esempio di carattere politico o di persuasione commerciale. O così dovrebbe essere.

Come avviene la produzione della informazione?

Il processo di produzione dell’informazione segue varie fasi: la raccolta e il controllo delle informazioni, la selezione dell’informazione e la gestione dell’informazione.

1. La raccolta e la ricerca delle informazioni

Il giornalista può andare a cercare direttamente le informazioni presso le fonti istituzionali (polizia, autorità amministrative, ministeri, portavoce di cariche pubbliche, organismi internazionali, conferenze stampa, uffici stampa, ecc), grandi fonti private (uffici stampa e portavoce di associazioni di categorie, aziende, organizzazioni private, multinazionali, ecc) o fonti locali, testimoni e protagonisti di eventi. Il giornalista è responsabile della veridicità ed esattezza delle informazioni raccolte.

In alternativa il giornalista può ricevere le informazioni trasmesse tramite telefono e internet dalle agenzie di stampa o inviate da colleghi o direttamente dalle fonti primarie e secondarie (individui, rappresentanti di istituzioni, organizzazioni, uffici stampa, ecc) senza muoversi dalla redazione in cui lavora.

2. Il controllo dell’informazione

È responsabilità del giornalista controllare le informazioni raccolte o ricevute. Il primo passo è la valutazione dell’attendibilità delle fonti. Di fronte a fonti note e autorevoli, il giornalista ne verifica l’attendibilità attraverso l’esperienza continuata o ripetuta, per fonti meno note (es: uffici stampa, ong, ecc) è necessario verificarne l’affidabilità tramite confronto con altre fonti affidabili, nel caso di fonti sconosciute è necessario fare una verifica approfondita, raccogliendo informazioni precise e complete sulla fonte, verificandone l’affidabilità presso colleghi o altre fonti, controllando l’affidabilità dell’informazione fornita presso altre fonti affidabili.

L’attendibilità delle fonti di informazione deve essere accertata e l’esattezza delle loro informazioni deve essere verificata presso altre fonti affidabili.

Nella realizzazione dell’informazione è fondamentale l’attribuzione delle informazioni, cioè riportare la fonte delle informazioni. Questo responsabilizza la fonte, garantisce il lettore e salvaguarda il giornalista. 

3. La selezione delle informazioni

La scelta delle informazioni ossia la scelta dei fatti che il giornalista ritiene di raccontare dipende dalla testata (organizzazione, mass media) in cui opera e dagli interessi del pubblico a cui si rivolge.

Il pubblico è l’insieme relativamente omogeneo dei destinatari dell’informazione, identificabile con una serie di caratteristiche quali per esempio l’età, il sesso, il livello culturale, l’appartenenza sociale e/o politica, gli interessi personali e molto altro.

La linea editoriale è decisa dall’editore o da chi per lui, per esempio dal cda (consiglio di amministrazione), e applicata dal comitato di redazione. La linea editoriale definisce il pubblico di riferimento, le priorità, gli argomenti da trattare, lo stile e l’immagine del medium, le modalità di applicazione, la libertà del comitato di redazione e molto altro.

La selezione dell’informazione dovrebbe mirare a offrire al pubblico/destinatario le informazioni più importanti, interessanti e utili sempre nell’ottica di dare conoscenza e suggerire riflessioni. Ogni selezione dell’informazione che mira a fini diversi è cattivo giornalismo e manipolazione dell’informazione. 

4. La gestione delle informazioni

La comunicazione dell’informazione dipende dal mezzo di comunicazione, dal pubblico, dallo spazio a disposizione e dalle tecniche di espressione. Per esempio, scrivere un articolo per un quotidiano è un modo di comunicare molto diverso dalla trasmissione radiofonica o televisiva, come dalla realizzazione di video per la pubblicazione sui canali internet.

Il giornalista deve conoscere il suo pubblico, la cultura, il linguaggio e se possibile psicologia e registri comunicativi. Questo gli permette di comunicare l’informazione al meglio possibile. Per esempio la comunicazione ideale per un pubblico adolescente non lo è per un pubblico anziano e colto, né per un pubblico maturo e con forti interessi specifici.

Non meno determinante è lo spazio a disposizione del giornalista, che a seconda del mezzo (giornale stampato, trasmissione radiofonica o televisiva, pagina web, ecc) può essere indicato dal numero massimo di parole o righe stabilito dal caporedattore o dal grafico, o il tempo a disposizione per raccontare la notizia alla radio, o la durata del video da lanciare in tv.

Quindi la narrazione della notizia è di solito oggetto di una sintesi più o meno marcata che può incidere sulla completezza e al peggio sul significato e il contenuto della notizia. Le stesse agenzie di stampa fissano limiti stringenti per la pubblicazione delle notizie ai giornalisti con effetti più o meno rilevanti sulla comunicazione dell’informazione al mediatore, quindi al pubblico.

È intuitivo dedurre che il mezzo di comunicazione influenza in modo determinante la comunicazione dell’informazione. Il tipo di medium non solo determina il canale (leggere, audio, video), ma definisce i limiti entro cui avviene la comunicazione.

Nei media stampati si racconta scrivendo e fotografando per essere letti, in quelli radiofonici si racconta scrivendo e parlando per essere ascoltati, in quelli televisivi si racconta scrivendo e parlando e filmando per visti ed ascoltati, in quelli online scrivendo, fotografando, parlando, filmando per una consultazione su schermo.

Le tecniche di espressione sono i diversi modi con cui può essere comunicata l’informazione e raccontato il fatto e cambiano secondo il tipo di medium in cui il giornalista opera. Le tecniche possono cambiare l’efficacia della comunicazione e la qualità della narrazione. Per esempio in una trasmissione radiofonica è determinante la voce, come il calore e l’impostazione, la ricchezza nei toni, l’uso delle pause e molto altro. Mentre nella carta stampata, è determinante la posizione dell’articolo, il titolo, il layout, l’impostazione della notizia e lo stile utilizzato.

Per stasera terminiamo qui. Continueremo il nostro viaggio nel mondo del giornalismo e della produzione della notizia nei prossimi post.

Spero la lettura ti sia piaciuta. Se hai suggerimento od opinioni a proposito non esitare a lasciare un commento.

A presto ;D

Stasera per la rubrica “Parole per pensare” ti propongo un video interessante ricco di spunti di riflessione che, come puoi intuire dal titolo, parla appunto di chi governa il mondo.

No, non è il video della canzone di Povia “Chi comanda il mondo”, che con piacere ti allego in fondo al post, ma un video di Francesco Narmenni in cui espone le conclusioni della sua indagine personale sul tema: chi governa il mondo.

Tutti prima o poi ci rendiamo conto che la nostra vita è legata a quella della società in cui viviamo, che la società è governata dalla politica e che la politica non è autonoma e indipendente come si crede. Tutti prima o poi ci rendiamo conto che gli interessi che muovono la politica sono diversi dall’interesse pubblico, ma anche diversi dall’interesse della classe politica.

Chi governa il mondo?

Le persone che posseggono molto denaro e ricchezze, perché hanno gli strumenti per influenzare le persone, anche i politici. I ricchi influenzano le decisioni che i politici prendono ogni giorno. Nella pratica usano i rapporti sociali e personali e le attività di lobbing.

I politici per prendere le decisioni hanno bisogno di consulenti che li formano e li consigliano sugli argomenti che non conoscono. Questi esperti sono spesso finanziati e appoggiati dai grandi gruppi economici che sono quindi in grado di assicurarsi che i pareri siano vantaggiosi per loro.

Un altro modo di influenzare i politici e non solo è l’istituzione di eventi e convegni anche internazionali a vario livello, con incentivi e vantaggi di vario genere, allo scopo di creare rapporti personali utili e di influenzare l’opinione e la visione dei convenuti.

Queste azioni di influenza dirette e dirette sono condotte dalle lobbies, organizzazioni fondate e finanziate appositamente per questo, per creare relazioni e influenzare i politici a vantaggio dei gruppi economici che li finanziano. Questo è legale in Usa come in UE ed è regolamentato, ma nei rapporti umani il confine tra quello che è legale e quello che non è legale è molto sottile ed è molto difficile da controllare.

Francesco Narmenni è blogger e scrittore, noto per aver cambiato radicalmente la sua vita e dimostrazione vivente che si può vivere 500 euro al mese. Ha quarant’anni e vive in un piccolo paesino del nord Italia tra le montagne. Laurea in fisica e quindici anni da impiegato in una grande azienda informatica operante nel settore sanitario, lo hanno portato alla decisione di voler cambiare. Smettere di lavorare è il suo blog. Qui e qui trovi i suoi libri. Qui trovi la sua pagina facebook, qui il suo canale youtube. Qui e qui trovi alcune sue interviste.

Come sempre ti invito ad ascoltare con attenzione e senso critico. Ti invito anche ad approfondire gli argomenti che ti interessano presso altre fonti affidabili. Usa la tua testa e non regalare la tua fiducia.

Buona visione e a presto ;D

Volto del potere

Stasera vorrei condividere una riflessione che mi ha colto guardando i risultati delle elezioni tedesche.

In Germania la Merkel ha vinto, ma perdendo consensi come non accadeva da 70 anni. Mentre la destra perde voti come mai era accaduto prima e la destra nazionalista diventa il terzo partito assoluto. Questo a causa o nonostante le politiche del governo tedesco abbiano portato negli ultimi 20 anni a un aumento impressionante della povertà, a causa o nonostante l’accoglienza in poco tempo di circa un milione di migranti extraeuropei scarsamente scolarizzati, a causa o nonostante la ricchezza che l’euro ha procurato ai tedeschi sia andata nelle tasche di aziende, banche e ricchi.

Lo scontento cresce in tutta Europa, ma l’establishment occidentale prosegue nel suo obiettivo di smantellamento delle democrazie, delle conquiste sociali, delle culture locali, degli stati stessi a vantaggio di istituzioni non democratiche come l’UE, delle corporation e delle banche. Sostanzialmente a vantaggio di loro stessi. Con ogni mezzo e senza scrupoli.

In cinquant’anni i media sono diventati strumenti di propaganda che distorcono la visione della realtà dei cittadini per indurli a prendere decisioni sbagliate o a non prenderne affatto. Come? Li hanno comprati, fondati, finanziati, corrotti e manipolati.

In cinquant’anni l’establishment ha trasformato le classi politiche delle democrazie occidentale in collaboratori o alleati. Come? Tramite la corruzione, l’indottrinamento delle classi dirigenti e la distorsione dei meccanismi democratici (leggi elettorali, modifiche alle costituzioni, eccetera).

In cinquant’anni l’establishment ha sottratto la sovranità monetaria agli stati per affidarla a banche private. E chi controlla la moneta controlla l’economia e la società. Come? Tramite la privatizzazione delle banche, l’indipendenza delle banche centrali, lo smantellamento delle restrizioni legislative, l’indebolimento dei controlli pubblici, la corruzione e l’euro.

In cinquant’anni l’establishment ha finanziato, manipolato e infiltrato scuole e università dei paesi occidentali per trasformarle in crogiuoli di conformismo, per reclutare i migliori, per nascondere gli argomenti scomodi. E chi educa le menti controlla la società del futuro. Come? Attraverso la corruzione e la manipolazione dei programmi e delle fonti.

In questo modo siamo arrivati ai paradossi dei nostri giorni: al declino culturale e sociale, al declino delle democrazie, al controllo degli stati da parte di organismi sovranazionali non democratici, alla scarsa comprensione dei cittadini di quello che avviene.

Nonostante questo i cittadini sono sempre più consapevoli, minoranze informate denunciano ciò che accade e fette sempre più grandi della popolazione subiscono gli effetti negativi delle politiche liberiste.

Quindi?

Quindi niente. Non a breve termine.

A ottobre ci sono le elezioni in Austria che daranno altri segnali di dissenso e scontento, contaci, ma l’Austria è troppo piccola per creare problemi significativi. Quindi saranno le prossime elezioni politiche italiane a febbraio a dare una misura di quanto grande sia lo scontento. E lo daranno, non c’è dubbio: il Pd, la sinistra italiana, verrà pesantemente punita per il tradimento dei suoi ideali e il sostegno al liberismo, come tutte le altre sinistre europee, e probabilmente M5S e Lega saranno i vincitori assoluti (dopo l’assenteismo degli italiani disillusi dalla politica, o forse più realisti).

Peccato che ci siano tre problemi.

Primo, il M5S è un gatekeeper, un collettore di dissenso politico, come lo sono stati i radicali e l’IdV di DiPietro, costruiti per rappresentare e controllare le proteste e fare sempre opposizione. In questi mesi sta cambiando pelle, il M5S delle origini è scomparso e ha lasciato il posto a un partito tradizionale che si propone di sostituire il Pd nelle politiche proeuro e proUE. Si sta perfino organizzando, nel caso peggiore, a governare, anche se non ha competenze e struttura per riuscire a farlo.

Secondo, la Lega che si sta proponendo da almeno un anno come il partito populista no-euro e no-UE, nell’esempio della LePen in Francia, non è così diversa dalla lega di Bossi del periodo berlusconiano: è un partito storico prosistema composto da politici di carriera a partire da Salvini e che si è sempre ritagliato voti e spazi rivolgendosi alla pancia e raccogliendo lo scontento di certe classi sociali del nord Italia. Quanto sarà disposto in caso di vittoria a mantenere le promesse e a dare battaglia su euro e UE?

Terzo, i meccanismi delle democrazie rappresentative sono stati manipolati pesantemente fino a renderli innocui, attraverso leggi elettorali non democratiche e meccanismi di accesso alla politica e ai media che rendono difficile se non impossibile a nuovi attori politici emergere.

Dico questo perché in Italia non ci sono partiti veramente no-euro e no-UE, non lo è il M5S e dubito lo sarà alla prova dei fatti la Lega. Ci sono piccole realtà locali come Riscossa Italia di Mori, ma sono troppo piccoli e sconosciuti.

In conclusione comunque andranno le prossime elezioni politiche, il governo che emergerà sarà probabilmente sempre pro-euro e pro-UE e in un modo e nell’altro godremo di altri cinque anni di declino economico e sociale, di sofferenza e povertà, di menzogne e di aggressioni esterne alla nostra cultura.

Se non sei d’accordo su questa mia personalissima riflessione, ti invito a lasciare un commento.

A presto ;D

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Cos’è un media?

Anche se più correttamente dovremmo dire: “cos’è un medium?”.

Media, plurale di medium, è una parola che deriva dal latino e significa “mezzo, strumento“. Il termine è usato solitamente al plurale (es: mass media) sia in italiano sia in inglese, mentre il singolare medium è adoperato raramente.

I media sono strumenti attraverso cui avviene la trasmissione di informazioni su eventi vicini e lontani a cui non assistiamo direttamente.

Idealmente il primo e più antico strumento (medium) a disposizione dell’uomo per comunicare informazioni è il suo stesso corpo, in grado di esprimersi attraverso gesti e suoni. Per migliaia di anni la trasmissione delle conoscenze tramandate da generazione in generazione ha permesso all’uomo di mantenere ciò che era stato appreso in precedenza e quindi di evolvere.

Nel tempo insieme all’uomo anche gli strumenti (media) si sono evoluti, per esempio con l’invenzione della scrittura, ma i canali di trasmissione dell’informazione sono sempre rimasti gli stessi: la vista e l’udito. Anche ai giorni d’oggi la natura dei media si fonda su testo scritto e immagini (vista) e sui suoni (udito). Dai papiri agli ipertesti del web, dai graffiti ai filmati, dalla voce umana ai suoni registrati su supporti più moderni, la natura dei media è rimasta sostanzialmente inalterata.

Con la stampa si è assistito alla comparsa dei mass media o dei mezzi di comunicazione di massa (fine del XV secolo). Alla fine del XIX secolo sono comparse le registrazioni audio, seguite dal cinema come mass media visivo (inizio del 1900 circa), dalla radio (1910) come primo mezzo di trasmissione veloce a distanza e dalla televisione (1950 circa). Nei tempi recenti abbiamo vissuto la comparsa di internet (dal 1990 circa) con i suoi ipertesti, la trasmissione ultraveloce di contenuti audio e visivi.

Nel post “I media e la visione della realtà” abbiamo visto che di solito un media di massa è un’organizzazione complessa di persone e mezzi con l’obiettivo di divulgare informazioni a molte persone attraverso uno o più canali. Il ruolo dei media di massa dovrebbe essere quello di informare le persone/cittadini sui fatti, in modo da permettere loro di comprendere la realtà e vederla per quella che è. Questo in quanto le nostre scelte e quindi le nostre azioni dipendono dalla nostra visione della realtà.

I media comunicano informazioni che influenzano la nostra visione della realtà e che quindi influenzano le nostre decisioni. Questo è stato dimostrato dalle numerose ricerche psicologiche e sociali relative alla comunicazione e ai mass media. Per tutto il 20° secolo fino a oggi si sono studiati gli effetti dei media sul pubblico, la loro influenza e la loro persuasione.

Si è scoperto per esempio come i media possono influenzare in base alle scelte delle notizie comunicate e allo spazio a loro concesso (agenda setting). In sostanza l’idea è che la gente pensa agli argomenti che le vengono suggeriti dai mass media, che decidono gli argomenti e lo spazio da dedicare in base alle pressioni cui sono sottoposti. Maggiore è l’importanza che i media dedicano alla questione, maggiore è il riconoscimento pubblico che l’argomento presentato riceve. I mass media non riflettono la realtà, ma piuttosto la filtrano e la modellano, concentrando la loro attenzione su pochi temi scelti e facendo credere al pubblico che siano i più importanti, distogliendola da altri temi scomodi per farli scomparire oltre l’orizzonte del pubblico.

Si è scoperto che i media rafforzano facilmente le opinioni esistenti, mentre solo una piccola percentuale di pubblico è portata a cambiare opinione, più per effetto degli opinion leader che per i media stessi. L’opinion leader è un utente attivo dei media che interpreta il significato o il contenuto dei messaggi mediatici per utenti che hanno fiducia in lui (es: perché lo considerano più competente su un dato argomento).

Inoltre si è scoperto che una persona singola è disincentivata dall’esprimere apertamente e riconoscere a sé stessa un’opinione che percepisce essere contraria all’opinione della maggioranza per paura di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza (spirale del silenzio). Il contemporaneo, ridondante e contorto afflusso di notizie da parte dei media può, col passare del tempo, causare un’incapacità nel pubblico nel selezionare e comprendere i processi di percezione e di influenza dei media e provocando così la spirale del silenzio. Oltre a generare nel pubblico omologazione e conformismo.

Infine negli anni 90 del secolo scorso si è verificato l’effetto del framing (inquadrare, porre una questione dentro una cornice determinata), un’operazione concettuale e linguistica in cui il senso delle parole non indica solo il senso delle cose di cui si sta parlando, ma lo orienta e lo “inquadra” dando o togliendo dalle cose certe loro qualità (Noblejas, 2006).

“Possiamo definire framing come il processo di cogliere alcuni degli elementi di una realtà percepita e di assemblarli in una narrazione che sottolinea le connessioni fra di loro, allo scopo di promuovere un’interpretazione particolare” (Entman). Il framing funziona e visti gli effetti e le implicazioni politiche e commerciali è oggetto di studio tutt’oggi.

Come probabilmente ti sarai accorto, è facile trovare parallelismi tra questi studi e la retorica, l’arte del discorso pubblico, e non a caso. Perché in fondo è quello di cui stiamo parlando, sempre di discorso pubblico, di comunicazione di informazioni, di modulare l’informazione per lavorare sui meccanismi psicologici e sociali umani. Con l’unica differenza che il discorso pubblico oggi è mediato dai mezzi di comunicazione sociale, con tutti i limiti e le caratteristiche che questi mezzi portano con sé.

Ed è per tutto quello che abbiamo visto finora che i media sono inevitabilmente oggetto di interesse da parte di chi vuole manipolare le persone, in quanto controllando i media e l’informazione che diffondono, si influenza e manipola la visione della realtà di lettori/spettatori, quindi si influenzano le loro scelte e i loro comportamenti. Arrivando in questo modo anche a indurre le persone a prendere decisioni contrarie al loro interesse, ma favorevoli agli interessi di chi i media li possiede o li controlla.

Non a caso negli ultimi trent’anni i media si sono concentrati nelle mani di pochi proprietari, di solito grandi gruppi privati, di solito poco interessati a produrre buona informazione. I mass media oggi sono di proprietà o sono influenzati da una ristretta élite che mira ai propri interessi.

Ecco cosa sono i media, i mass media oggi.

A presto ;D

Li Sun - Attribution-NonCommercial

Nei post “I 9 sensi e il flusso” e “Il flusso” abbiamo visto come ogni singolo istante il mondo ci inonda con un flusso continuo di stimoli sensoriali. Viviamo in un flusso di informazioni che ci avvolge come un vento di parole, immagini, odori, e così via. La nostra mente cosciente percepisce solo una piccola parte del flusso di informazioni, la maggior parte lo ignora, lo delega all’inconscio, perché non ha il tempo per considerare e valutare una a una tutte le informazioni che la raggiungono.

Nel post “Come funziona l’attenzione?” abbiamo considerato come l’attenzione è la messa a fuoco della mente su un particolare stimolo sensoriale, la temporanea importanza che la nostra mente dedica a una certa percezione.

Nel post “Metti a fuoco la vita” e nel quaderno omonimo abbiamo compreso che il focus è ciò su cui concentriamo la nostra attenzione ed è ciò che determina l’esperienza della nostra vita perché determina la nostra realtà. Il focus, il “centro” della nostra attenzione cambia a seconda del contesto, della concentrazione o del contenuto delle informazioni. Quando l’attenzione viene usata in modo attivo su una porzione ridotta della realtà diventa “concentrazione” e può dirigere gran parte delle risorse mentali sul compito che stiamo svolgendo.

L’attenzione è stata oggetto di uno dei quaderni e di molti altri post di questo blog, alcuni scientifici, altri filosofici. Oggi proviamo a fare un altro passo avanti, cerchiamo di sviluppare uno strumento utile e decisivo se vogliamo vivere una vita consapevole: la presenza.

L’attenzione è come la telecamera della nostra vita, possiamo lasciarla correre nel flusso, seguendo gli eventi della vita in modo passivo, o possiamo guidarla in modo consapevole.

La realtà è quello su cui focalizziamo la nostra attenzione ed è quello che determina il nostro stato d’animo. Le emozioni e le sensazioni che sperimentiamo sono sì determinate dagli eventi della nostra vita, ma anche da ciò che notiamo degli eventi, da come li viviamo, su cosa ci focalizziamo di essi. L’esperienza della tua vita si basa su cosa inquadri con la tua mente e come lo inquadri.

Cambiare focus, guidare la nostra attenzione permette di cambiare stati d’animo e di conseguenza vivere meglio e fare scelte migliori per noi stessi.

Come possiamo farlo?

Semplicemente volendolo, o così dovrebbe essere se fossimo sempre nella piena consapevolezza di noi stessi.

Ascoltiamo i lamenti di un collega, ma invece di lasciarci prendere dal suo punto di vista lo spingiamo a considerare gli aspetti positivi della situazione. Soffriamo per le conseguenze di un piccolo incidente e il dolore vi spinge a tornare al momento dell’incidente o a recriminare, ma sappiamo bene che non serve a nulla rivangare ripetutamente un evento che abbiamo vissuto e già compreso, mentre distogliendo l’attenzione il dolore sarebbe meno intenso.

Ma non sempre è così facile, vero?

Se non riusciamo con la semplice volontà, possiamo guidare la nostra attenzione attraverso le domande che ci facciamo. Le domande che ci poniamo determinano ciò su cui ci focalizziamo e attraverso le domande possiamo spostare la nostra attenzione.

Richiede tempo ed esercizio e dovremo fare i conti con le nostre esperienze passate e con le ferite irrisolte, quindi con emozioni che forse non comprendiamo appieno e sentimenti che abbiamo raccolto durante la nostra vita. Ma anche con i meccanismi automatici che la nostra mente ha costruito per interpretare velocemente la realtà e le abitudini negative che un tempo ci sono servite ma ora sono uno spreco di energie e tempo. Senza parlare delle convinzioni sbagliate sulla realtà e la vita che abbiamo collezionato.

Nel post “Domande che cambiano” abbiamo considerato che nasciamo e ci mettiamo anni per adattarci alla realtà in cui siamo stati partoriti, poi ci mettiamo anni per adattarci al mondo dei nostri genitori e della società in cui viviamo, trascinati in un tornado di cambiamenti che da neonato ci fanno crescere vorticosamente per poi lanciarci nella confusione cacofonica di un’adolescenza che sembra una tragedia comica recitata da stupefatti naufraghi tra maree ormonali.

Prima di capirci qualcosa ci scopriamo adulti e ci troviamo in un mondo di ipocriti e mentitori che non sanno cosa fanno, dove vanno, cosa vogliono e perché. E ci mettiamo anni per scoprire che la vita non è come ce l’hanno raccontata. Non è come ce la raccontano i nostri genitori, la scuola, la chiesa, la società, i media, i politici, anche i nostri amici, di solito confusi e sviati quanto noi. La vita è di fronte a noi, dentro di noi, eppure ci hanno insegnato a vederla non per quella che è, ma per quella che altri pensano che sia o vogliono che noi pensiamo che sia.

Per riuscire a vedere la vita per quella che è la soluzione è sempre la stessa: usare la testa e prestare attenzione alle cose importanti facendosi le domande giuste.

Nel post “Farsi le domande giuste” abbiamo visto che le domande possono essere buone e motivanti, utili e chiarificanti, ma anche negative e vuote, demotivanti e ingannevoli, capaci di imprigionarci in pensieri circolari che sprecano le nostre energie. Per esempio non dovremmo mai chiederci “perché capita sempre a me?”, oppure “perché non riesco mai a farlo?”, perché la domanda contiene in sé un giudizio negativo implicito. Mentre dovremmo porci domande come “cosa posso fare per ottenerlo?”.

All’inizio non è semplice, ma con l’esperienza le domande verranno più facilmente e l’attenzione rimarrà più a lungo dove vogliamo che sia. Scopriremo anche che non tutte le domande sono efficienti, che in certi momenti è meglio non usare il perché, ma il cosa e il come. Scopriremo anche che ci sono domande potenti ed efficaci che vale la pena raccogliere e usare tutti i giorni, così come ci sono modi sbagliati di porci le domande.

Dedicheremo due post sulle domande da porci e quelle da evitare, ma stasera voglio proporti un altro modo per guidare la tua attenzione: trasformarla in presenza. Come? Concentrare l’attenzione su di sé. La presenza è la consapevolezza di sé qui e ora, essere presenti, ricordarsi di sé.

La presenza è potente, ci spinge a conoscerci, a cambiare, ci apre prospettive e potenziali che non conosciamo o intuiamo solamente. Passiamo la vita immersi nel flusso, dimentichi di chi siamo mentre facciamo mille cose, mentre viviamo inconsapevolmente, senza sapere dove andiamo e perché.

La presenza si ottiene osservandoci, in silenzio, senza giudicare, senza lamentarci, osservando chi siamo, cosa facciamo, cosa pensiamo, cosa proviamo. Conosceremo meglio noi stessi e impareremo cose che ci stupiranno sul tempo e sulla realtà.

Inizia oggi, rivolgi l’attenzione su di te, osservati e ascoltati in silenzio senza pensare o giudicare. All’inizio sarà difficile, all’inizio ti distrarrai dopo pochi secondi o minuti, ma non desistere, continua e un poco alla volta imparerai a farlo per tempi lunghi, imparerai a farlo mentre fai altro, mentre vivi e parli, e inizierai a vedere con chiarezza crescente aspetti di te che non conoscevi o che conoscevi poco.

Che sei fatto di molte parti che quando lavorano insieme ottengono risultati sorprendenti, che i pensieri e le emozioni proliferano al di fuori dal tuo controllo, che c’è altro in te oltre a quello che gli altri vedono e che la società vuole da te.

Dirigere l’attenzione verso di te, osservarti senza coinvolgimento farà crescere la consapevolezza di te e la tua presenza nella vita. E maggiore sarà la tua presenza maggiore sarà la tua capacità di prendere decisioni efficaci.

Torneremo presto ad approfondire questo tema. Per stasera finiamo qui. Se vuoi esprimere la tua opinione non esitare a lascare un commento.

A presto ;D

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